Questa si chiama vita…!


Libertà, Pace, Amore, Giustizia.
Ho già avuto modo di ribadire in altre occasioni che i partigiani comunisti sono stati in assoluto i più vigliacchi e i più feroci durante la “guerra di liberazione”. Colpire vigliaccamente alle spalle, era la loro tecnica preferita.


CHI ERA IL MAGGIORE PILOTA ADRIANO VISCONTI?
La storia del Maggiore Adriano Visconti è quella di un eroico Italiano che durante la Seconda Guerra Mondiale salvò di fatto, direttamente o indirettamente la vita a migliaia di persone, assassinato ingiustamente a soli 29 anni da una scarica di pallottole nella schiena nei giorni dell’odio e della persecuzione degli aderenti alla Repubblica di Salò (subito dopo il 25 aprile 1943), dopo aver portato a termine 600 missioni di guerra, ed aver combattuto nei cieli per oltre 1400 ore.
Sulla figura di Adriano Visconti, riconosciuto anche dagli avversari come uno dei migliori assi nella storia dell’aeronautica militare italiana (e non solo) di tutti i tempi, la recente ricerca storico – giornalistica pubblicata da Cristina Di Giorgi (ISBN 9788889107959), ha parzialmente fatto giustizia.
La Di Giorgi si è avvalsa della collaborazione di Gianni Tripodi (Classe 1939), nipote di Adriano fondatore del sito sull’asso dell’aviazione italiana www.adrianovisconti.it.
Adriano Visconti di Lampugnano è nato nelle colonie italiane, in Libia a Tripoli, l’11 novembre 1915,da una famiglia dagli alti valori patriottici e nazionalistici, figlio di un impiegato del Ministero della Guerra Galeazzo Visconti di Lampugnano, e di Cecilia Dall’Aglio, entra il 21 ottobre 1936 a 20 anni nel corso Rex della Regia Accademia Aeronautica di Caserta.
LA GUERRA AEREA IN AFRICA SETTENTRIONALE.
L’11 agosto 1939, col grado di sottotenente effettivo viene assegnato alla Caccia che difende l’Africa del Nord italiana, poi al fine di restare vicino la famiglia, chiede il trasferimento al gruppo assaltatori dove viene promosso a Tenente nel novembre 1940 (proprio nel mese del suo compleanno). Nel 1942, sale ancora di grado, diventa Capitano che comanda il 54° Stormo della Caccia in Tunisia.
Proprio in Tunisia Adriano Visconti fu protagonista nell’ultima vittoria dell’aeronautica italiana nei cieli africani prima della occupazione da parte degli Alleati il 29 aprile 1943, nel corso dell’ultimo grande scontro aereo, l’allora tenente Visconti guidò dodici Macchi M.C.202 del 7º Gruppo autonomo caccia terrestre all’attacco di sessanta tra Supermarine Spitfire e Curtiss P-40. Visconti abbatté uno Spitfire V, mentre altri quattro furono abbattuti da altri piloti, nonostante la sproporzione delle risorse in campo. L’azione gli valse una medaglia d’argento e la promozione a grado di Capitano.
Fino all’estate del 1943, Adriano Visconti combatté nei cieli dell’Africa Settentrionale, guadagnando in totale 4 Medaglie d’Argento e 2 di Bronzo al valor militare (Vedi G.Pesce, G.Massimello “Adriano Visconti. Asso di Guerra”, Albertelli Edizioni Speciali, Parma 1997):
– Medaglia di Bronzo al Valor Militare nel cielo di Sidi Omar – Amseat – Sidi Azeis 11/14 giugno 1940.
– Medaglia d’Argento al Valor Militare nel cielo della Marmarica fra giugno e settembre 1940.
– Medaglia d’Argento al Valor Militare nel cielo di Sidi Barrani, Bug Bug, Fayres, 9/12 dicembre 1940.
– Medaglia di Bronzo al Valor Militare nel Cielo del Mediterraneo fra il 14 e il 15 giugno 1942.
– Medaglia d’Argento al Valor Militare nel cielo del Mediterraneo Centrale il 13 agosto 1942.
– Medaglia d’Argento al Valor Militare nel cielo della Tunisia il 29 aprile 1943. L’8 SETTEMBRE 1943 E LA DECISIONE DI ADERIRE ALLA RSI.
L’ armistizio dell’8 Settembre 1943 colse Adriano Visconti mentre era in Sardegna, vicino Cagliari, a Decimomannu, e rimasto senza ordini decise di partire con tre aerei Macchi alla volta di Guidonia con al seguito un pugno di ufficiali e avieri.
Visconti ed i suoi commilitoni decisero tutti di aderire all’Aeronautica Nazionale Repubblica della Repubblica Sociale Italiana (RSI), non per motivi ideologici, ma per amor patrio, ossia continuare a difendere le città italiane e la popolazione dai pesantissimi bombardamenti degli anglo-americani. Quando, ad un certo punto della guerra, ci fu il pericolo che l’Aeronautica Nazionale Repubblicana (ANR) fosse inglobata direttamente nella aeronautica militare tedesca Luftwaffe, anche il Maggiore Adriano Visconti e i suoi uomini si opposero duramente, perché non volevano combattere sotto insegne straniere, ma continuare a servire l’Italia, e si dice che furono anche presi di nascosto contatti con i comandi della Regia Aeronautica del Regno d’Italia al Sud, ma poi il pericolo rientrò e i vertici della ANR ottennero le scuse dei comandi tedeschi.
CHI HA UCCISO IL MAGGIORE ADRIANO VISCONTI? PERCHÉ È STATO UCCISO IL COMANDANTE DELL’AERONAUTICA NAZIONALE REPUBBLICANA?
Il fatto criminoso del suo assassino avvenne il 29 aprile 1945, nella Caserma Montebello di Milano, dopo aver firmato a Gallarate una onorevole resa del suo reparto, il 1º Gruppo Caccia “Asso di Bastoni” controfirmata da rappresentanti della Regia Aeronautica, del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (CLNAI), del Comitato di Liberazione
Nazionale (CLN) e da 4 capi partigiani. L’accordo garantiva la libertà ai sottufficiali ed agli avieri del Gruppo, e l’incolumità personale di tutti gli ufficiali, nonché l’impegno di consegnare questi ultimi alle autorità militari italiane o Alleate, in qualità di prigionieri di guerra. Le reali cause del brutale assassinio di Adriano Visconti e di Valerio Stefanini, perpetrato in spregio delle clausole di resa del 29/04/45, a tutt’oggi non sono ancora note ma sono sintomatiche della intolleranza verso chi la pensa diversamente che avvelena la politica italiana.
Ma, per capire bene come sono andati i fatti, facciamo un passo indietro ai giorni concitati fra il 25 e il 29 aprile 1945 e alle tappe che hanno portato alla resa del Maggiore Adriano Visconti e dei suoi uomini.
A Gallarate (VA), il 26 aprile 1945, in cambio di una tregua, fu concesso a Visconti dai capi partigiani locali la possibilità di poter radunare tutti i suoi oltre 700 uomini, nella scuola Ponti di Gallarate, adattata a caserma.
Proprio qui, nel pomeriggio del 28 aprile 1945, vennero da Milano tre capi partigiani comunisti a intimare la resa incondizionata, la consegna di tutte le armi e il trasferimento a Milano. Ma, il Maggiore Visconti, essendo un militare, ovviamente rifiutò, pretendendo di recarsi a Milano, seguito dai suoi uomini armati, per trattare la loro resa col comandante della Regia Aeronautica al Nord, il Generale Virgilio Sala . A questo punto, i tre capi partigiani rilanciarono una controproposta: trasferimento degli ufficiali armati a Milano, dove il Maggiore Adriano Visconti avrebbe potuto incontrare il generale Raffale Cadorna, comandante del CVL, e trattare con lui la resa, mentre i sottufficiali e la truppa sarebbero stati liberati dopo il disarmo. La proposta sembrò onorevole al Maggiore Visconti che accettò, ma, purtroppo si rivelerà una scelta fatale per lui e il suo Luogotenente Valerio Stefanini.
Prima di lasciare Gallarate con 40 ufficiali e 2 ausiliarie, alla volta della caserma “Savoia Cavalleria” in Via Vincenzo Monti a Milano, occupata dalle formazioni partigiane comuniste, la mattina del 29 aprile 1945, Visconti tenne un accorato discorso ai suoi uomini che suscitò la commozione generale, alla presenza del vescovo di Gallarate (al quale aveva donato le riserve alimentari per le famiglie più bisognose):”…Spero accetterete di servire ancora la Patria, quando avrà bisogno di voi. Grazie per l’opera prestata, e tutti i nostri pensieri vadano ai Caduti. Per il resto, ogni responsabilità è mia”. Arrivati alla Caserma “Savoia Cavalleria” di Milano, disattendendo i patti presi, i partigiani disarmarono tutti gli ufficiali e le ausiliarie, rinchiudendoli in uno stanzone. A questo punto avvenne il fatto criminoso che lascio descrivere dalle parole di Giampaolo Pansa nel suo libro “Il Sangue dei Vinti” che cita una testimonianza di uno sconosciuto a pagina 78: “Poco prima delle ore 14, un partigiano si affaccia alla porta del camerone e chiede: Chi è il maggiore?. Visconti si fa avanti: sono io. Il partigiano gli ordina di seguirlo. A quel punto si alza l’aiutante maggiore di Visconti. È un sottotenente di 23 anni, Valerio Stefanini, romano. Dice a Visconti: vi accompagno, comandante. Sta bene, vieni, replica il maggiore, che pensa a un interrogatorio. Mentre attraversano il cortile della caserma, Visconti e Stefanini vengono colpiti alle spalle dalle raffiche di un fucile mitragliatore. Stefanini muore subito. Il maggiore cade sulle ginocchia e viene finito con due colpi di rivoltella alla nuca, sparati da un commissario politico presente all’esecuzione”.
Sull’assassinio di Adriano Visconti restano insolute le seguenti domande: chi ha voluto la morte del Maggiore Visconti? Perché è stato ucciso?
Le stesse domande che si sono poste per tutta la vita i genitori di Adriano Visconti che hanno cercato la verità sull’assassinio del loro adorato figlio scrivendo ai vertici dell’aeronautica militare nel dopoguerra che risposero tramite il Capo della 3.a Divisione, il colonnello pilota Mario Di Stefano, con una lettera del 14 luglio 1955, nella quale si legge che “il Capitano Visconti è stato giustiziato dai partigiani nel cortile della caserma Vincenzo Monti di Milano il giorno 29/04/1945 (dalle informazioni fornite dal S.I.O.S.). Il Capitano Visconti è stato discriminato con il seguente giudizio: “1° categoria con sanzione disciplinare senza stabilirne l’entità perché deceduto”.
Sul perché sia stato ucciso il Maggiore Adriano Visconti si legge nella nella nota 394, della pubblicazione di S. Laiolo e P. Schifano “Volando all’ala di Visconti” (Edizioni Saratosta): “…quanto restava della cassa del 1° Gruppo caccia era contenuto in una valigetta che Visconti sembra abbia avuto con sé quando venne ucciso». Se così fosse, chissà quanti e quali oggetti di valore e/o documenti importanti conteneva la valigetta che il Maggiore Adriano Visconti portava con sé.
Per chi volesse andare a mettere un fiore sulla tomba del Maggiore Adriano Visconti, le sue spoglie mortali riposano nel Campo X detto “dell’onore” del Cimitero Maggiore di Milano, a fianco a quelle del suo Luogotenente Valerio Stefanini e con tanti commilitoni (molti ignoti senza nome), uccisi nei giorni dell’odio che seguirono il 25 aprile 1945.
Per documentarsi ulteriormente sulla figura storica dell’asso dell’Aeronautica Militare Italiana della Seconda Guerra Mondiale Adriano Visconti, sulla nutrita bibliografia che ne parla e sui suoi riconoscimenti anche internazionali, si può consultare velocemente la pagina Wikipedia dedicata al pilota.
Cristiano Vignali – Agenzia Stampa Italia

Mi inchino e mi inginocchio innanzi al Dolore Disperato di questa Grande Mamma.
Questa immagine conferma il palese, funesto e reiterato fallimento della politica italiana. Nessun colore politico può chiamarsi fuori. È una VERGOGNA GENERALIZZATA che coinvolge, vergognosamente, in particolare i Vertici delle cosiddette Istituzioni.
Aldo Rossi
Comprendere cosa sia potuto avvenire nella mente di una giovane Mamma, sconvolta da una subdola forma di depressione “Post Partum” è cosa assai difficile. Compiere, con piena lucidità, un atto così estremo ci risulta maledettamente incomprensibile. La prima reazione, espressa sull’onda dell’emozione, potrebbe indurre a emettere un’inesorabile sentenza di condanna per un gesto così assurdo. Noi, però, non siamo qui per attribuire colpe e responsabilità. Siamo qui solo per cercare di capire. L’attribuzione di eventuali colpe e responsabilità dovrà necessariamente essere oggetto di una sincera, efficace e approfondita riflessione, solo nelle Sedi deputate. Nessuno può chiamarsi fuori da questo dramma italiano. Siamo tutti responsabili di quanto è successo. È un severo monito e un ineludibile spunto di riflessione.
Aldo Rossi

La nota sottostante esprime con parole sublimi l’essenza del sentimento dei veri Italiani. Qui non è la mente che espone ma è il cuore che detta e che si esprime con il delicato linguaggio che solo il cuore sa comprendere. Questi sono gli Italiani veri, questa è la vera Italia.
Grazie a Sergio Giannino Del Giudice Autore della nota.
“Ha destati con una carezza, piano… come si fa quando il sonno è ancora leggero e fragile. Ha stretti a sé, uno dopo l’altro, avvolgendoli in un abbraccio che sapeva di amore infinito. Poi ha preparati, con quei vestiti belli… quelli che si conservano per i giorni che dovrebbero brillare. Ha accuditi con una dolcezza che spezza il cuore. Con quella premura che solo una madre conosce. Con quei gesti lenti, pieni di affetto, che profumano di casa. Sembrava l’inizio di qualcosa di felice. Sembrava una giornata da ricordare per sempre. E invece era un addio. Un addio silenzioso, incomprensibile, che lascia senza fiato. Un istante che nessuna parola potrà mai raccontare davvero. Quei bambini così piccoli, così pieni di vita… pronti come per una festa, e invece consegnati a un destino che nessuno riuscirà mai ad accettare. In un attimo tutto si è spezzato. Una casa diventata vuota. Una famiglia distrutta. Un amore che si è trasformato in un dolore immenso. C’è un uomo che si è addormentato accanto alla sua vita e si è risvegliato dentro l’incubo più grande. C’è una piccola anima che resiste, sospesa tra il qui e l’altrove, che lotta senza sapere perché. E poi ci sono loro…due piccoli cuori che hanno smesso di battere, due sorrisi che il tempo non potrà più restituire. Fa male anche solo pensarci. Fa male dentro, profondamente. Fa male immaginare che dietro tanta cura, tanta apparente serenità, si nascondesse un abisso così profondo. Perché il dolore vero non urla. Si nasconde. Si traveste da normalità. E resta lì, in silenzio… fino a quando diventa troppo grande. E quando accade… non resta niente. Solo silenzio. Solo assenza. Solo una ferita che non guarirà mai. Un abbraccio che non arriverà più. Una voce che non si sentirà più. Solo ricordi. E un dolore che pesa come il mondo. Un pensiero lieve per quei due angeli e per chi, ancora oggi, sta lottando con tutte le sue forze per restare qui”.



Cara Beatrice, “l’Arte” non appartiene né al Sovrintendente né agli orchestrali della Fenice ma è patrimonio degli Italiani, TUTTI…! Se l’Arte è contaminata dall’ideologia non può chiamarsi Arte. Ripulire l’Arte da tutte le faziose ipocrisie ideologiche che talvolta la caratterizzano, è un imperativo non più rinviabile.
Aldo Rossi

Le generalizzazioni non rendono mai giustizia. Certamente fra i partigiani vi furono persone, assai poche per la verità, che hanno agito con coerenza e con convinzione. Solo a quelle persone va rivolto il nostro pensiero con deferente rispetto. Ribadisco, non è mia intenzione sminuire il sacrificio e il valore di chi ha condotto la guerra partigiana nel rispetto di veri ideali di libertà ma, allora, i convinti resistenti, rappresentavano un numero veramente esiguo. La stragrande maggioranza era composta, invece, di disertori, di delinquenti comuni e di opportunisti che avevano mangiato nel piatto fascista, indossando la camicia nera, fino al giorno prima.
Winston Churchill ebbe a dire, ancora allora: “Bizzarro popolo gli italiani. Un giorno 45 milioni di fascisti. Il giorno dopo 45 milioni tra antifascisti e partigiani. Eppure, questi 90 milioni di italiani non risultano dai censimenti”.
Da ribadire che il nazismo e il fascismo non sono stati il prodotto dell’evoluzione di una naturale crescita spontanea ma sono sorti anche a seguito del cosiddetto “Biennio rosso” che ha squassato e sconvolto l’intera Europa, dopo la fine della Prima Guerra Mondiale e in particolare negli anni 1919-1920.
Sono ormai decenni che i comunisti italiani, partigiani e non, minano le fondamenta della nostra Democrazia e ne attaccano le Istituzioni. Ora, ci sono riusciti, e hanno distrutto il Paese più bello al mondo e a suo tempo, anche la quinta potenza industriale mondiale.
Bravi compagni, avete cancellato 3000 anni di storia d’Italia ma la Storia, questo è certo… riuscirà a cancellare anche voi.
Aldo Rossi
Eventuali osservazioni, commenti e invettive a: info@rossialdo.com





La condanna dell’Italia è iniziata il 3 settembre 1943 con la firma dell’armistizio di CASSIBILE in Sicilia e che imponeva la resa incondizionata del Regno d’Italia agli Alleati.
Sono passati quasi 80 anni dalla “Liberazione” e ancora si continua a mistificare la realtà. Viene occultato il fatto che i veri liberatori sono state le forze americane (ahimè assai interessate!), inglesi e russe ed è enfatizzato, invece il contributo, più che controverso, dei partigiani e soprattutto dei PARTIGIANI COMUNISTI, Questi ultimi, anche a guerra finita, hanno messo in atto terribili atrocità e stragi di civili, tutt’ora, negate dalla storiografia ufficiale. E’ così che il 25 aprile è diventato essenzialmente l’anniversario della “loro” Resistenza.
Anche quest’anno, probabilmente, la celebrazione sarà monopolizzata dalle fantasie “patriottiche” dell’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia) e si trasformerà in una esilarante e folcroristica manifestazione arcobaleno. Cortei “all inclusive”, partigiani rossi e bianchi, gay, lesbiche, transessuali, gender generation, immigrati, buonisti di maniera e rappresentanti delle ONG che “lucrano” con il loro losco traffico di esseri umani (profughi). Anche quest’anno la retorica di rito, sarà distribuita gratuitamente dal sistema mediatico asservito e nei discorsi in molte piazze italiane, così come avviene ormai da anni. Questi mistificatori della Storia, che avrebbero voluto consegnare l’Italia a STALIN, sventolano ora le bandiere arcobaleno e cantano “Bella ciao”. Questi “signori”, con il loro viscido buonismo e con la loro interessata solidarietà, falsa e pelosa, favoriscono, oggi, l’occupazione dell’Italia da parte di migliaia di immigrati clandestini. Quanto tempo dovrà passare ancora, prima che si affermi la verità sulla “liberazione” dell’Italia.
GIAMPAOLO PANSA, compianto giornalista e scrittore dichiaratamente di sinistra ha dato, ancora a suo tempo, un notevolissimo contributo alla ricostruzione della verità storica con i suoi libri “IL SANGUE DEI VINTI” e “LA GRANDE BUGIA” ma ancora non basta. Giampaolo Pansa era un onesto intellettuale di Sinistra. Invito le giovani generazioni a leggere anche questi suoi due libri aggiungendo poi la STORIA D’ITALIA di Indro Montanelli e Mario Cervi.
Sono libri non contaminati da ideologie di parte e consentono una visione degli eventi non distorta e deformata dai prisma del pensiero unico ormai dominante.
Vi dice niente il nome ROSARIO BENTIVEGNA?

Fu l’artefice dell’attentato ai militari tedeschi del Battaglione Bozen, avvenuto a Roma, in Via Rasella il 23 marzo 1944. A questo atto criminale seguì la già annunciata ritorsione nazista che costò la vita a ben 335 italiani inermi (Eccidio delle Fosse Ardeatine). Questo “signore” faceva parte dei GAP (Gruppi di Azione Patriottica) che altro non erano che unità partigiane del PARTITO COMUNISTA.
In quell’attentato, fu dilaniato dalla bomba anche un povero bambino di 13 anni, PIETRO (PIERO) ZUCCHERETTI, che si trovò casualmente a passare di lì e che nessuno si preoccupò di salvare – Necrologio -. Nessuno degli ideatori di quel gesto criminale pensò di autodenunciarsi alle Autorità tedesche. Chi ne subì le conseguenze, quindi, fu solo la popolazione civile. PARTIGIANI CORAGGIOSI…?!
A ulteriore chiarimento, possiamo affermare che SALVO D’ACQUISTO fu un vero eroe e non certo Rosario Bentivegna come tenta di farcelo passare la vile e ridicola vulgata partigiano-comunista. Rosario Bentivegna partecipò anche alla guerra di resistenza jugoslava a fianco del maresciallo Tito. Le centinaia di migliaia di profughi Giuliano-Dalmati sanno, così, chi ringraziare per il trattamento loro riservato, anche da parte dei comunisti italiani che operavano in Jugoslavia.
Vi dice niente il nome ARRIGO BOLDRINI?

Con la sua brigata Garibaldi (famigerata brigata Garibaldi…!), il compagno “Bulow”, come egli amava farsi chiamare, anche a guerra finita, ha sparso terrore e morte in tutto il ravennate.
Oggi, i “compagni”, si riempiranno la bocca anche con i nomi dei sette fratelli CERVI ma nessuno vi parlerà, mai, dei sette fratelli GOVONI.
Non voglio certo fare qui, l’apologia del Fascismo ma basta guardare com’è oggi ridotta l’Italia, per mano dei “vincitori” comunisti:
hanno demolito i valori etici e morali, hanno demolito la famiglia, la società, la scuola e il lavoro. Hanno occupato la scuola e hanno lavato il cervello ai giovani insegnando loro solo la versione “purgata” di quei tristissimi eventi storici. Chiedete anche ai compagni comunisti, dove sia finito l’ingentissimo tesoro di Dongo (alcune tonnellate di lingotti d’oro della Banca d’Italia) e dove sia finita la borsa con i documenti di Mussolini.
La cruda realtà è che a distanza di circa 80 anni non siamo ancora riusciti a ricostituire una coscienza nazionale basata su veri valori etici e morali condivisi. La verità è che l’Italia è allo sfascio anche a causa del suo enorme debito pubblico creato dai compagni comunisti. Con le loro disinvolte strategie del “tassa e spendi, tanto qualcuno pagherà” hanno demolito anche il tessuto imprenditoriale della nostra amata Italia. Le spese di una situazione così disastrosa, le sosterranno le nuove generazioni di giovani che, però, sembra non siano per nulla consapevoli di ciò che succede attorno a loro e continuano a votare a sinistra o, peggio ancora, a non votare.
La cosa più triste è che scorrendo l’attuale intero arco costituzionale, non esiste un solo partito in grado di raccogliere e rappresentare questo enorme disagio degli Italiani. Dopo 80 anni siamo ancora divisi in fascisti e partigiani…e come diceva qualcuno i fascisti si dividono in due categorie: i fascisti e gli antifascisti.
Una cosa è bene ribadire, la azioni più cruente e più feroci della “guerra partigiana” furono condotte dai PARTIGIANI COMUNISTI che avevano il loro dirigente più accreditato nello “Zar” PALMIRO TOGLIATTI anti-italiano da sempre, e residente in Russia.
Il non compianto ex Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano fu il cucciolo comunista allevato da Palmiro Togliatti.

Vi invito a studiare bene la biografia di Palmiro Togliatti, losco figuro che voleva consegnare l’Italia a STALIN e che ha fatto della sua viscerale anti-italianità, la sua bandiera.



ANCORA QUALCHE PERLA DELLA SERIE PARTIGIANI BRAVA GENTE…!

23 aprile del 1944.
In quel giorno due partigiani della banda “Manni”, si presentarono a Lugnola di Configni, un paesino in provincia di Rieti, in cerca della giovane capodistriana Jolanda Dobrilla. Nonostante il paese si apprestasse a festeggiare la Madonna di Loreto, gli improvvisati “giustizieri” decisero di agire senza alcuna esitazione. La prelevarono con forza e la trascinarono sui monti all’estremo nord dei Prati di Sotto, le “Prate di Cottanello”.
Qui Jolanda fu uccisa in modo atroce: le venne lanciata contro una bomba a mano ed il suo corpo successivamente dato alle fiamme.
Quel che il rogo risparmiò divenne il pasto dei maiali che pascolavano nella zona. Era consuetudine, per questi individui, usare ogni mezzo possibile per cancellare le prove delle violenze e delle sevizie perpetrate sui giovani corpi delle loro vittime. Ecco i fatti nel dettaglio:
Jolanda aveva appena 17 anni ed era già in forza, come traduttrice, al Comando germanico di Velletri, in provincia di Roma.
A seguito di un violentissimo bombardamento angloamericano che aveva raso al suolo anche il suo comando, Jolanda aveva deciso di ritornare a casa. Il viaggio di ritorno, però, risultò impossibile e così Jolanda si vide costretta a trascorrere quell’inverno, tra il 1943 ed il 1944, sulle montagne di Rieti, amorevolmente ospitata presso la Famiglia Papucci.
Tuttavia la sua bellezza ed il suo conoscere perfettamente una lingua così tanto odiata dalla guerriglia comunista, fecero nascere dei sospetti: “Jolanda è una spia e va eliminata !”
Fu così, sulla base del nulla più assoluto e di un pretesto assurdo, che i Comandi partigiani della zona decretarono la condanna a morte della giovane Jolanda. Le Autorità della RSI intervennero immediatamente per cercare Jolanda, ma ogni tentativo fu vano.
La scia di sangue di questi “eroi” però non si fermò qui perché il Milite della GNR Primo De Luca, che stava indagando sulla vicenda raccogliendo indizi sui colpevoli, il 9 maggio del 1944, venne catturato e sommariamente fucilato davanti al cimitero di Vasciano di Stroncone, in provincia di Terni.
I nomi degli assassini di Jolanda e Primo furono individuati.
Si trattava dei due partigiani comunisti, della banda Manni facente parte della Brigata “Gramsci”, Francesco Marasco e Luigi Menichelli.
Verranno indagati e giudicati ma, nel 1950, prosciolti dalla Sezione Istruttoria della Corte di Appello di Roma perché il loro atto fu considerato un legittimo “atto di guerra”.
Valentina Carnielli
Nella foto Jolanda qualche anno prima di essere assassinata.
Guardando questa immagine ci si perde nei suoi meravigliosi occhi e… “dritto un canto verso il cielo, sale alto e prende il volo”.
Matteo Carnieletto (Vicecapo servizio della redazione il GIORNALE)
Croce disse (a ragione) che nessuno aveva vinto la guerra. Troppo odio e violenza avevano contraddistinto il nostro Paese. E la scia di sangue sembra non finire mai
“Noi italiani abbiamo perduto una guerra, e l’abbiamo perduta ‘tutti’, anche coloro che l’hanno deprecata con ogni loro potere, anche coloro che sono stati perseguitati dal regime che l’ha dichiarata, anche coloro che sono morti per l’opposizione a questo regime, consapevoli come eravamo tutti che la guerra sciagurata, impegnando la nostra Patria, impegnava anche noi, senza eccezioni, noi che non possiamo distaccarci dal bene e dal male della nostra Patria, né dalle sue vittorie né dalle sue sconfitte. Ciò è pacifico quanto evidente”.
Benedetto Croce pronunciò queste parole di fronte all’Assemblea Costituente in occasione della ratifica del trattato di pace, il 24 luglio del 1947. Nessuno vinse il 25 aprile del 1945. L’Italia era libera, certo. Ma a che prezzo? Il Paese era distrutto politicamente ed economicamente. Gli italiani mai così divisi.
L’8 di settembre, infatti, aveva spaccato il Paese in due: 160mila persone avevano deciso di aderire alla Repubblica sociale italiana, 130mila alla resistenza. In mezzo, l’immenso mare grigio degli indecisi, di coloro che stavano da una parte o dall’altra senza prendere apertamente posizione. Di quelli che, seguendo la più italica delle virtù, decisero di stare alla finestra a guardare.
Fu, quello che andò dall’autunno del 1943 alla primavera del 1945, un anno e mezzo di guerriglia, rastrellamenti e, anche (forse sarebbe meglio dire soprattutto), violenza gratuita. Da una parte e dall’altra. Solo che per lungo tempo si parlò solamente dei crimini di fascisti e nazionalsocialisti. Giusto e scontato, per carità. La storia, come è noto, la scrivono i vincitori a proprio gusto e, soprattutto, consumo.
La neonata repubblica aveva bisogno di un mito sul quale poggiare e quel mito doveva essere, per forza di cose, quello della resistenza. Tutte le ere politiche, si pensi ad esempio alla nascita di Roma, necessitano di un tributo di sangue: Romolo deve uccidere Remo. Benito Mussolini, l’ormai ex duce, doveva essere brutalmente ammazzato ed esposto all’odio di piazzale Loreto. Un Paese intero aveva bisogno di vederlo non solo morto, ma sfigurato. Bisognava esorcizzare la paura di esser stati con quell’uomo, di essersi fidati di lui, di averlo seguito non per due mesi ma per ventidue anni.
Ed è proprio quello che accadde. La resistenza fu un fenomeno di minoranza (vi parteciparono solamente 130mila persone contro i 160mila volontari della Rsi) e solo dopo la fine della guerra divenne un’epopea. Si cercò in tutti i modi di cancellare i crimini compiuti dei partigiani. Per anni non si parlò, tranne in rare occasioni, del triangolo della morte in Emilia o delle foibe sul confine orientale. La resistenza non poteva esser macchiata da alcun crimine. Nonostante ce ne fossero molti, come ogni guerra, per di più asimmetrica.
E questo almeno fino al 2003, quando Giampaolo Pansa scrisse Il sangue dei vinti. Quello che accadde in Italia dopo il 25 aprile (Sperling & Kupfer). Il libro, va detto, non portava alcuna verità ulteriore dal punto di vista storiografico. Ma era il nome dell’autore, la sua provenienza da sinistra e la sua potenza mediatica a ribaltare il tutto. Nella prefazione, il grande giornalista piemontese scrive: “Se scruto dentro di me, m’accorgo che sono diventato meno manicheo. Prima ero incline a dividere il mondo in amici nemici. E a distinguere con intransigenza il bene dal male. A proposito della guerra civile, il bene era la Resistenza, il male i fascisti. Oggi non sono più sicuro di questa spartizione netta. Parlo della storia delle persone, naturalmente. Non della grande storia, ossia dello scontro fra democrazia e totalitarismo”.
Ecco, è questo il merito di Pansa. Di aver dimostrato che sotto la grande storia, dove è facile distinguere il bene dal male, esistono le vicende dei singoli, di coloro che, per i più svariati motivi, decisero di combattere da una parte o dall’altra. L’immagine più drammatica, forse, ci è data da quattordici fratelli (7 + 7) che furono brutalmente sterminati. Stiamo parlando dei sette Fratelli Cervi, fucilati dai fascisti il 28 dicembre del 1943, e i sette Fratelli Govoni, seviziati e massacrati a guerra finita dai partigiani della Brigata Paolo. Due famiglie distrutte per mano dell’odio.
Furono in pochi a vincere in quei mesi. Uno di questi fu Giovannino Guareschi, che aveva deciso, per restare fedele al giuramente fatto al re, di finire nei campi di concentramento tedeschi: “Per quello che mi riguarda, la storia è tutta qui. Una banalissima storia nella quale io ho avuto il peso di un guscio di nocciola nell’oceano in tempesta, e dalla quale io esco senza nastrini e senza medaglie ma vittorioso perché, nonostante tutto e tutti, io sono riuscito a passare attraverso questo cataclisma senza odiare nessuno”. Pochi riuscirono a farlo. Ed è per questo che l’Italia non perse solo la guerra. Ma anche se stessa.
(Dal Web)

Pietro Morlin
A memoria dei compagni comunisti che cominceranno a starnazzare il 25 aprile i cui nonni partigiani comunisti furono autori di eccidi a guerra finita ne ricordo uno su tutti :il 13 aprile 1945: Rolando Rivi, seminarista di 14 anni, barbaramente torturato e ucciso in una sommaria esecuzione da Giuseppe Corghi e da Delciso Rioli, partigiani della Brigata Garibaldi, appartenenti al battaglione Frittelli della divisione Modena Montagna (Armando) comandata da Mario Ricci (i due furono poi condannati – in tutti e tre i gradi di giustizia – per omicidio a 22 anni di carcere, ma in realtà ne scontarono solo 6 grazie all’Amnistia Togliatti. Da un documento del Ministero dell’Interno, non firmato, datato 4 novembre 1946 e che all’epoca non fu reso pubblico, risulta che «il numero delle persone uccise, perché politicamente compromesse, è di n. 8.197 mentre 1.167 sono state, per lo stesso motivo, prelevate e presumibilmente soppresse». Più DI 8000 morti italiani a guerra finita in patria. CIVILI…! Ma tutto questo i compagni ogni 25 aprile non lo raccontano .
(Dal Web)

È ORA DI CAMBIARE E DI RINNOVARSI? CERTO…ALLORA FACCIAMOLO.
È giunto il momento di abbandonare le nefaste dicotomie nero-rosso, fascista- partigiano, sudista-nordista, polentone-terrone…?! Allora rimbocchiamoci le maniche e facciamo cadere antichi pregiudizi e luoghi comuni. Ripartiamo e ricostruiamo l’Italia aiutandola a riprendere il ruolo di guida etica, morale e civile che ha avuto nei suoi tre millenni di Storia.
Aldo Rossi
“Ora austera, saggia e taciturna contadina dal capo eternamente velato di nero per i suoi figli caduti. Ora spigliata, bella ed elegante ragazza di città, emancipata, vitale e proiettata in avanti“.
“Il 17 marzo del 1861 cessano le divisioni e l’Italia Unita diventa la Madre ideale di tutti noi. L’Italia del Risorgimento, l’Italia degli Arditi del Popolo, l’Italia delle lotte operaie. Ma l’Italia è ciò che sapremo fare di noi, Figlia delle nostre volontà e delle nostre azioni”.
“SEI LIBERA, SII GRANDE“.
1861 – FATTA L’ITALIA ORA BISOGNA FARE GLI ITALIANI…!
NEL 2026… NOI STIAMO ANCORA ASPETTANDO!
Aldo Rossi
La sonda spaziale VOYAGER 1 è stata lanciata il 5 settembre 1977 e ancora oggi continua a viaggiare negli immensi spazi intersiderali del nostro Universo.


Zexel
Lanciata nel 1977, la sonda spaziale Voyager 1 dell’Agenzia NASA si appresta a raggiungere un nuovo traguardo operativo nel corso del 2026, mantenendo la sua posizione come l’oggetto di fabbricazione umana più distante mai spintosi nel cosmo. Entro la fine dell’anno il veicolo raggiungerà la distanza di quasi 26 miliardi di chilometri dal nostro pianeta. Navigando nello spazio interstellare a una velocità di 61 mila chilometri orari, toccherà ufficialmente la soglia di un giorno luce.
Questa estensione spaziale genera complesse sfide ingegneristiche per il centro di controllo missione, dilatando inevitabilmente gli scambi di comunicazione.
Ogni comando inviato dalla base terrestre impiegherà esattamente 24 ore per raggiungere il veicolo, imponendo operazioni basate su sistemi del tutto autonomi.
“Chi per bugiardo è conosciuto anche se dice il ver non è creduto”…???
Il 20 luglio 1969, tutto il mondo si fermò per assistere a un evento che avrebbe cambiato, per sempre, la percezione del nostro posto nello spazio. Il modulo Eagle della missione Apollo 11 con Neil Armstrong e Buzz Aldrin a bordo, si posò (???) sulla Luna, segnando un punto di svolta nella storia dell’esplorazione umana dello spazio. Questa fu la versione ufficiale, Qui le “varianti” dell’evento:

Da un Post su FB di Antonio Ruben
21 marzo 2026.
Più ti spieghi, più ti giustifichi… più gli altri fanno ciò che vogliono: impara a tacere, il silenzio è potere.
Viviamo in un tempo in cui ci è stato insegnato che tutto si risolve parlando. Spiegare, chiarire, difendere il proprio punto di vista sembra la via più naturale per essere compresi. Eppure, c’è una fase della vita in cui iniziamo a notare qualcosa di diverso. Possiamo dire perfettamente chi siamo, cosa vogliamo, quanto valiamo… ma le dinamiche non cambiano. Le persone ascoltano, annuiscono e poi tornano a comportarsi come prima. È lì che nasce una frattura interiore: una sottile frustrazione, la sensazione di non essere visti davvero.
A un certo punto, però, qualcosa si trasforma. Non perché troviamo parole migliori, ma perché smettiamo di usarle come unico strumento. Smettiamo di spiegare, di convincere, di rincorrere la comprensione degli altri. E iniziamo a praticare il silenzio. Non un silenzio vuoto o passivo, ma un silenzio pieno, presente, consapevole. È in questo spazio che accade qualcosa di nuovo: le persone iniziano a percepirci in modo diverso, i confini diventano più chiari, la nostra presenza acquista peso.
Il silenzio non è assenza: è energia raccolta. È un linguaggio invisibile che comunica valore senza bisogno di dichiararlo. Molti lo fraintendono e lo scambiano per debolezza o rinuncia. In realtà è una forma di forza: è la capacità di non reagire automaticamente, di non giustificarsi continuamente, di non cedere al bisogno di essere validati. Quando il silenzio nasce da presenza e non da paura, cambia le dinamiche: prima dentro di noi, poi nelle relazioni. Gli altri iniziano ad ascoltare davvero.
Il rispetto, infatti, non nasce da ciò che diciamo di essere, ma da ciò che siamo anche quando non lo spieghiamo. Nasce dalla coerenza, dalla centratura, dalla capacità di non forzare ciò che non è pronto a cambiare. Il silenzio diventa così una soglia: non è chiusura, ma selezione; non è distanza, ma profondità.
È il momento in cui smettiamo di inseguire il riconoscimento e iniziamo a incarnarlo. Ed è proprio allora che il rispetto arriva: non perché lo abbiamo chiesto, ma perché abbiamo smesso di negoziare il nostro valore.
Dal Web

Questa è una fotografia eccezionale che ci impone una riflessione. Noi, appartenenti alla “Specie Homo Sapiens”, pensiamo di essere potenti e con le nostre ormai perfezionate tecnologie, di essere anche indiscussi padroni del mondo e della sua “Creazione”. Non è così. Pensate, su quel piccolissimo punto blu, perso nell’immensità dello spazio che lo circonda, ci siamo tutti noi, oltre 8 miliardi di “UMANI“, con la nostra Storia, con le nostre Civiltà, con le nostre razze, con le nostre religioni, con i nostri problemi, con le nostre angosce, con il nostro odio, con la nostra malvagità…con la nostra follia!
Questa foto dovrebbe impartirci anche una grande lezione di umiltà: visti da quella distanza i nostri problemi e le nostre differenze sono ancora tali…?
Su quel puntino blu ci sono i bambini di Gaza, i bambini Ucraini, i bambini del Sudan e…tutta, tutta la malvagità e la sofferenza del mondo.
L’età della nostra Terra si stima essere di circa 4,5 miliardi di anni. Per fare un paragone, a mio avviso assai significativo, se consideriamo l’età della Terra pari alla durata di un giorno ovvero 24 ore, l’uomo ha fatto la sua comparsa solo negli ultimi 4 secondi…! Forse è giunto il momento di porci qualche domanda.
Aldo Rossi