PERCHE’ NON POSSIAMO NON DIRCI LAICI.

L’argomento è sempre di scottante attualità viste anche le ripetute “sacre intemperanze” di Papa Francesco. Io non credo nel dio “iracondo e polimorfo” che ci propongono le varie religioni. Credo nella VITA e nei “miracoli” che essa quotidianamente ci offre. Come già disse qualcuno molto più autorevole di me…so di provenire da un mistero, so di vivere in un mistero e so che ritornerò in un mistero. (Aldo Rossi).

Articolo di EUGENIO SCALFARI – “la Repubblica” 7 novembre 2004.

“Da parecchio tempo avevo in animo di tornare su un tema che accompagna da molti anni i miei pensieri e i miei comportamenti politici e professionali. Il tema è quello del laicismo, del rapporto fra le credenze religiose e lo Stato, tra i diritti individuali e l’organizzazione di una società di uomini liberi. Questo gruppo di questioni sta all’origine della modernità occidentale e perfino dell’evoluzione delle Chiese cristiane. Se infatti il Cristianesimo ha saputo e potuto aggiornare costantemente la propria dottrina e i canoni interpretativi della realtà sociale senza rinchiudersi nelle bende del dogma, ciò è dovuto soprattutto al fatto della presenza dialettica del potere civile accanto a quello ecclesiastico, nella reciproca autonomia dell’uno e dell’altro, alle lotte che ne sono derivate e agli equilibri che di volta in volta ne sono scaturiti. Dal “date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio” alla guerra delle investiture sul finire dell’XI secolo, al lungo contrasto tra Impero e Papato che segnò il XIII e il XIV secolo fino alla nascita dell’Umanesimo, della libera scienza, della riforma, delle monarchie nazionali, del diritto civile accanto e al di sopra del canone ecclesiastico, questa è stata la storia dell’Occidente europeo. Esso ha toccato infine il suo culmine nell’epoca dei Lumi, dell’egemonia della ragione e della tolleranza, nella dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, nella guerra d’indipendenza americana e nella grande rivoluzione dell’Ottantanove incardinata nei principi tricolori di libertà eguaglianza e fraternità. Se fra le grandi religioni monoteistiche il cristianesimo è stato quello che più e meglio ha conservato e arricchito la sua dinamicità e se l’Occidente euro-americano ha prodotto il pensiero, la cultura e le istituzioni liberali e democratiche, l’elemento fondativo e il filo con il quale questo percorso è stato tessuto sta interamente in quella dialettica mai spenta tra lo Stato, le Chiese, gli individui. La compresenza degli Stati e delle Chiese ha consentito agli individui di essere attori sia all’interno delle Chiese sia all’interno degli Stati, impedendo alle prime di scivolare nella teocrazia e ai secondi di tracimare dall’assolutismo regio al totalitarismo, approdando infine alla democrazia repubblicana. Ecco perché il discorso sulle “radici” dell’Occidente è molto più complesso di quanto a prima vista non sembri e non può ridursi all’evangelizzazione dell’Europa post-romana da parte dei Cirillo, degli Isidoro, dei Metodio e di quanti vescovi testimoniarono il Vangelo e impartirono il battesimo ai celti, ai franchi, ai longobardi, ai goti. Certo la religione fu cemento comune in un’epoca che stava ancora traversando la profonda crisi dell’Impero Romano, delle sue istituzioni, del suo assetto economico e sociale. Ma quella religione sarebbe rimasta probabilmente semplice culto se non avesse potuto recuperare le tracce di Roma e di Bisanzio che avevano irradiato il “logo” mediterraneo e pontico con i rispettivi retroterra in tutti i quattro punti cardinali. La discussione storica è dunque aperta da tempo su queste questioni, ma essa ha registrato negli ultimi anni una trasformazione rapida e profonda. La sua natura storica ha ceduto il posto ad un’attualizzazione politica, ideologica e addirittura elettorale. Si è visto sorgere nel corso delle elezioni presidenziali americane, una sorta di “partito di Dio” nell’ambito della destra conservatrice, i teo-con accanto ai neo-con con alla testa lo stesso George W. Bush sempre più infervorato e pervaso da un ruolo quasi messianico che ha saldato la sua azione politica con i sentimenti di una vasta parte del popolo. L’analisi del voto effettuata dopo il 2 novembre è ormai univoca: Bush e i suoi strateghi elettorali hanno unito insieme la pulsione missionaria di chi assegna all’America il compito di portare nel mondo il modello americano della democrazia e del libero mercato con la pulsione altrettanto potente di chi vuole recuperare nella società la moralità tradizionale contro ogni deviazione. Ethics-con e teo-con uniti insieme presuppongono come punto di riferimento religioso, anzi ideologico, un barbuto e severo Dio degli eserciti, il Dio mosaico tonante dalle vette del Sinai, che ha molto più i tratti vetero-testamentari che non quelli del Figlio incarnato e ammantato di amore e misericordia. Non a caso le Chiese evangeliche mobilitate in occasione del 2 novembre hanno indicato il loro modello di riferimento nel “maschio bianco che ha il fucile in casa e che va ogni domenica in chiesa”. E’ l’immagine antica del pioniere alla conquista del West, con la pistola nella fondina e la Bibbia nella borsa, dei paesi delle grandi pianure e della lotta contro il popolo indiano, della giustizia amministrata direttamente sul posto con processi sommari e popolari, delle mandrie transumanti dagli allevamenti alle città. E dei predicatori che richiamano gli uomini al timore di un Dio tonitruante dall’alto dei cieli, che vuole il suo popolo armato nelle coscienze e nelle fondine purché obbediente ai suoi precetti morali. Bush è da dieci anni, prima ancora di diventare presidente degli Stati Uniti, uno dei punti di riferimento del movimento evangelico dei “rinati in Cristo”, spina dorsale del fondamentalismo e del messianesimo cristiano negli Stati americani del Midwest e del Sud. Un movimento che conta 60 milioni di aderenti reclutati tra le varie Chiese protestanti e spesso in competizione con le congregazioni originarie. Si poteva pensare che questo movimento non lambisse le comunità cattoliche, ma non è stato così. Nel complesso messaggio di Papa Wojtyla, ripartito tra la condanna della guerra, la critica al consumismo e al liberismo capitalistico e la morale sessuale puritanamente tradizionale, il grosso dei cattolici americani e del loro clero ha privilegiato quest’ultimo aspetto, trasformando anche la loro Chiesa sullo stesso piano del movimento evangelico, sia pure con toni e linguaggi più moderati. Questa è comunque l’America che ha vinto le elezioni del 2 novembre e Bush è l’uomo che la guida. E’ possibile che il suo secondo mandato si caratterizzi all’inizio con approcci più aperti verso un recupero di multilateralismo in politica estera perché l’America ha bisogno d’un momento di respiro sul teatro iracheno, soprattutto per quanto riguarda la compartecipazione europea ai costi finanziari della guerra. Ma la strategia complessiva non cambierà. La missione salvifica d’una America destinata ad esportare nel mondo i suoi modelli di riferimento economici, ideologici, istituzionali, servendosi tutte le volte che sia necessario del braccio militare e della superiorità tecnologica imponendo la sua legge a tutte le altre potenze, non cambierà per la semplice ragione che Bush è un uomo di fede e la missione storica che si è dato è quella di fare della sua America l’impero del Bene contro l’impero del Male, incarnato dal terrorismo islamico, dagli Stati canaglia ed anche dalla corruzione delle idee e dei costumi. “Dio non è neutrale”, ripete spesso nei suoi discorsi e messaggi al popolo americano. “Dio è con noi”. Un Dio crociato che risponde al nome di Cristo anche se ha poche attinenze con la predicazione di Gesù di Nazareth tramandata dagli evangelisti. C’è molto di Paolo in questa visione del cristianesimo combattente e molto anche del Giovanni apocalittico; molto meno di Agostino. Ma il vero discrimine è con il liberalismo laico dell’Occidente moderno, che ridiventa in questo contesto l’antemurale della ragione contro una fede che punta a fare della religione un elemento costitutivo della politica. In queste condizioni è che il fossato tra le due sponde dell’Atlantico è diventato dopo il 2 novembre molto più profondo. E’ del pari evidente che i valori dell’Occidente non sono più gli stessi tra l’America e l’Europa anche se la diplomazia dei governi continuerà a mantenere in piedi la sempre più tenue ipotesi, ispirata alla realpolitik d’una recuperata convergenza all’insegna della lotta contro il terrorismo da tutti ovviamente condivisa. Del resto, prima o poi, il problema d’un cristianesimo crociato si porrà – si è già posto – anche alla Chiesa cattolica e alla sua finora tenace avversione contro ogni guerra di religione e di civiltà. Certo, esiste anche un Europa che simpatizza con la follia teo-con e con i nuovi crociati, così come per fortuna esiste un’altra America che contrasta nettamente con quella di George Bush. Gli schieramenti su problemi così complessi sono sempre trasversali. Ma il dato nuovo è questo: dopo un breve periodo di caduta delle ideologie in favore d’un pragmatismo tutto politico, le ideologie tornano prepotentemente in campo. L’America imperiale ed evangelica ha chiaramente enunciato la propria. E l’Europa laica? I laici non hanno per definizione né papi né imperatori né re. Neppure vescovi, tantomeno vescovi-conti. Hanno come signore di sé stessi, la propria coscienza. Il senso della propria responsabilità. I principi della libertà eguaglianza e fraternità come punti cardinali di orientamento. Sulla base di quei princìpi il loro percorso si è intrecciato anche con il cristianesimo e con il socialismo. Con quest’ultimo sulla base d’una eguaglianza che in nessun caso può essere disgiunta dalla libertà vissuta come inalienabile diritto degli individui al di là d’ogni discriminazione di razza, di religione, di sesso. Con il cristianesimo sulla base, anch’essa, della non-discriminazione e quindi del valore dell’individuo vivificato dalla pulsione verso la solidarietà e l’amore del prossimo. Il sempre più spesso ricordato “perché non possiamo non dirci cristiani” di crociana fattura rappresenta un lascito storico e storicistico dal quale traluce un’inconfondibile impronta laica poiché la coscienza laica assume nel suo sé gli eventi che hanno potentemente contribuito a trasformare la realtà (e il cristianesimo è stato ed è tra i più rilevanti) privilegiandone gli aspetti dinamicamente propulsivi ed inserendoli nel quadro di una modernità umanistica che concilia la fede con il rispetto per l’altro e con la libera scelta individuale. Il laicismo ha il suo culmine nell’abolizione dell’idea stessa di “peccato”. Non c’è peccato se non quello che rafforza le pulsioni contro l’altrui libertà. Non c’è peccato se non l’egoismo dell’io e del noi contro il tu e il voi. Non c’è peccato se non la sopraffazione contro l’altro e contro il diverso. Il laico non è relativista né, tantomeno, indifferente. Soffre con il debole, soffre con il povero, soffre con l’escluso e qui sta il suo cristianesimo e il suo socialismo. Perciò il laico fa proprio il discorso della montagna. Fa propria la frusta con la quale Gesù scaccia i mercanti dal tempio della coscienza, si dà carico dell’Africa come metafora dei mali del mondo. il laico vuole l’affermazione del bene contro i mali, i tanti mali che abbrutiscono l’individuo sulla propria elementare sussistenza impedendogli di fare emergere la propria coscienza, i propri diritti e i propri doveri al di sopra della ciotola sulla quale reclina la poca forza di cui ancora dispone per appagare i bisogni primari dell’animale nudo che è in lui. E’ secondario che il laico abbia una fede e dia sulla base della propria fede un senso alla sua vita, oppure che non l’abbia, non creda nell’assoluto e non veda nella vita se non il senso della vita e non veda nella morte se non la restituzione della sua energia vitale ai liberi elementi della cui combinazione è nata la sua consapevole individualità. Questa è a mio avviso la moralità e l’ontologia del laico ed anche la sua antropologia e la sua pedagogia. Il Cristo che perdona l’adultera e associa Maria di Magdala allo stuolo dei suoi discepoli è un laico, come il Cristo che riconosce al potere civile ciò che al potere civile spetta per organizzare la civile convivenza. In realtà il Figlio ha profondamente modificato l’immagine del Padre che, annichilendo Giobbe, inneggia alla creazione del Leviatano come manifestazione della sua infinita e indiscutibile potenza. Con la quale annulla ogni teodicea e l’idea stessa della giustizia. Noi europei abbiamo conosciuto purtroppo il Leviatano all’opera e quindi siamo vaccinati contro ogni sua possibile incarnazione. La stessa immagine di un qualsiasi impero contrasta con i valori dell’Occidente laico e dovrebbe contrastare ancor più con i valori del cristianesimo e del singolo cristiano, fosse pure in nome del Bene con la maiuscola. Per questo è vero che non possiamo non dirci cristiani ed è altrettanto vero che non possiamo non dirci laici in tempi nei quali cresce la bestiale violenza, l’inutile guerra, l’intolleranza, l’egoismo, il disconoscimento dell’altro e del diverso. I contrari di tutti questi sono i valori dei laici e con essi noi laici ci identifichiamo. E’ anche questa una fede, che ingloba le fedi a livello di ragione. Una fede che si affida alla volontà anziché alle illusioni e agli esorcismi contro la morte. Personalmente mi consola pensare che la nostra energia vitale è indistruttibile e servirà anch’essa a mantenere la cosmica energia che alimenta in perpetuo la vita.”

EUGENIO SCALFARI – Quotidiano “la Repubblica” 7 novembre 2004.

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