F104 – IL CACCIATORE DI STELLE

Non conosco l’autore della sottostante bellissima lettera e mi dispiace non poterne citare almeno il nome. Egli ha saputo sintetizzare, in poche righe, le grandi emozioni che suscitava il volo su quella meravigliosa “macchina”. Anch’io ho avuto il grande privilegio di accarezzare le nuvole e di rincorrere le stelle con l’F104. Quelle grandi, irripetibili emozioni sono impresse in modo indelebile nel mio cuore, nella mia mente e sono gelosamente custodite nello scrigno dei miei ricordi più belli. Aldo Rossi.

<< Permettetemi di presentarmi: sono un F104 Starfighter ma gli amici mi chiamano, semplicemente, “Spillone”. Avendo meno di 50 anni mi sento ancora giovane ma qualcuno ha deciso che sono comunque troppo vecchio per volare. E io, purtroppo, mi sono fatto da parte, mio malgrado. Sono nato nel 1956 negli Stati Uniti e si dice che il mio Papà che si chiamava Clarence (Kelly) Johnson, sia stato uno dei più grandi progettisti di aeroplani della Storia. Non so…! Per me è stato sempre e solo il mio Papà. Per qualche anno ho vissuto in America dove, alcuni miei fratelli più sfortunati, furono fatti partire per il Sud Est Asiatico da dove non tornarono più. Molti altri, qualche anno dopo, partirono alla scoperta del mondo e arrivarono fino in Giappone. Fu però in Europa che trovarono, infine, una bella casa e tantissimi amici che gli hanno voluto bene. Io sono arrivato in Italia, in un posto vicino al mare nella bella Toscana, dove il tempo è bello e si mangia bene. I miei specialisti mi hanno sempre dato dell’ottimo JP4 (carburante per aerei militari ndr), un’infinità di amorevoli attenzioni e ho sempre vissuto un’esistenza tranquilla. Certo, decollare in meno di 5 minuti è un po’ stressante, ma non mi posso lamentare: è stata comunque una bella vita. Vero è che in famiglia abbiamo un caratteraccio. I nostri piloti ci trattano con i guanti soprattutto adesso che l’età è avanzata, però siamo ancora capaci di correre veloci e salire in alto come pochi altri al mondo. I giovani come ad esempio il nostro cuginetto EF 2000 Typhoon, sono agili e nervosi, precisi ma lenti. Soprattutto sono anonimi e, in definitiva, anche un po’ antipatici. Dovete sapere cari amici che, nella nostra famiglia siamo tutti bellissimi: alti, snelli e slanciati. Alcuni si vestono in modo stravagante (come ad esempio un mio fratello che anni fa indossò uno sgargiante vestito tutto rosso e che adesso si gode la meritata pensione a Maranello) ma di solito siamo ragazzi a modo. In Italia vestiamo sempre con un impeccabile completo grigio molto più discreto dell’abbinamento col verde che abbiamo indossato per anni. Dopotutto siamo militari anche noi e l’etichetta va rispettata! Oggi però sono un po’ triste; tra poco non voleremo più e ci metteranno tutti a riposo. E’ la vita: dobbiamo fare largo alle nuove leve. Qualcuno dice che siamo rumorosi, che quando passiamo lasciamo dietro di noi una brutta fumata nera e che la nostra mira non è più quella di una volta. Ma altri, chi ci conosce bene sul serio, ovvero i nostri piloti e i nostri meccanici dicono che gli aerei più giovani non hanno neanche un briciolo della nostra personalità, del nostro carattere e che l’emozione che provano quando stanno con noi, non gliela regalerà mai nessun altro. Le poche volte che ci lasciano uscire e che ci portano a prendere una boccata d’aria, magari in qualche “airshow”, siamo sempre circondati da una folla di persone. E noi che siamo dei sentimentali, sappiamo che ci vogliono bene e che quando non potranno più vederci volare gli dispiacerà moltissimo. E’ il nostro destino: in quel momento potremo finalmente tornare a cacciare le stelle senza pensieri e senza la paura che qualcuno dei nostri piloti si faccia male per colpa nostra. Adesso vi saluto. Se vi capiterà di incontrare uno di noi, fermatevi a salutarlo. Lui sarà contento e vi regalerà un’emozione. Quella che sa dare solo l’ultimo, vero…”Cacciatore di Stelle”>>.  

FI04 STARFIGHTER il rumore caratteristico del suo potentissimo motore J79.

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ORESTE, ULISSE, ANTIGONE: QUEI MODELLI CHE ORIENTANO ANCORA IL NOSTRO PRESENTE

Nel mito troviamo archetipi che ci accompagnano, nei quali riconosciamo le motivazioni dei nostri comportamenti e le caratteristiche della nostra personalità.

EVA CANTARELLA – CORRIERE DELLA SERA 17 GIUGNO 2012

Parlare dell’eredità che i greci ci hanno lasciato è il minimo che si possa fare, in giorni come questi. Quali che siano le condizioni, gli errori e le responsabilità di ciascuno di noi, sarebbe non solo ingiusto ma profondamente sbagliato dimenticare che senza quello che i greci ci hanno insegnato noi non saremmo quello che siamo. Il che non significa, sia ben chiaro, tornare a mitizzarli come per troppo tempo si è fatto parlando dei loro presunti valori universali e della altrettanto presunta eternità di questi. Quel che dobbiamo fare, insomma, non è tornare a parlare della Grecia a proposito della quale, per intendersi, i libri di scuola parlano ancora, talvolta, di “miracolo greco”. Di quella Grecia mitizzata la storiografia da alcuni decenni ha dimostrato l’irrealtà. E’ a un’altra Grecia che ci lega il nostro debito, quella vera, finalmente sottratta al mito, lontana e diversa da noi; ma nella quale affondano, tuttavia, alcune delle più importanti conquiste del nostro pensiero, e le origini delle nostre istituzioni politiche e giuridiche. Come stanno a dimostrarci – tra l’altro – i loro miti. A cominciare da quello messo in scena da Eschilo, nel 458 a.C. il mito di Oreste. Agamennone racconta Eschilo nell’Orestea, torna vittorioso dalla guerra di Troia. Sua moglie Clitennestra, diventata nel frattempo l’amante del cognato Egisto, con la complicità di questo lo uccide. A indurla a farlo, oltre alla smania di potere, sta il fatto che Agamennone ha ucciso la figlia Efigenia, sacrificandola agli dei per ottenere un vento favorevole alla navigazione verso Troia, e tornando dalla guerra ha portato con sé una concubina, che Clitennestra uccide assieme a lui. Ma vendetta chiama vendetta, e Oreste, figlio di Clitennestra e di Agamennone, vendica il padre uccidendo la madre. Ed ecco le Erinni, le antiche dee della vendetta, esigere altro sangue in cambio del sangue di Clitennestra. Gli implacabili mostri, che stillano sangue dagli occhi, perseguitano Oreste ovunque egli vada. Sino al momento in cui interviene Atena: a risolvere la questione, dice la dea, istituirò un tribunale, nel quale siederanno come giudici i migliori cittadini, estranei ai fatti e imparziali, che giudicheranno dopo aver accertato i fatti valutando colpe e responsabilità. Il mondo della vendetta è finito. La narrazione mitica celebra l’avvenimento che ha segnato una tappa fondamentale della storia non solo di Atene, ma della nostra civiltà giuridica: non esiste responsabilità senza colpa regolarmente accertata da un organo giudicante. Ma dal mito non vengono solo insegnamenti fondamentali come questo. In esso troviamo anche degli archetipi che ci accompagnano ancora, nei quali riconosciamo le motivazioni dei nostri comportamenti e le caratteristiche della nostra personalità. Prendiamo ad esempio il mito di Ulisse. Itaca, come ben noto, è stata spesso intesa come una metafora: “Se cerchi la tua strada verso Itaca – scrive Kavafis, in una bellissima poesia – spera in un viaggio lungo, avventuroso e pieno di scoperte. I Lestrigoni e i Ciclopi non temerli, non temere l’ira di Poseidone…non hai bisogno di affrettare il corso, fa che il tuo viaggio duri anni, bellissimi, e che tu arrivi all’isola ormai vecchio, ricco di insegnamenti appresi in via…”. Non è volontà di un dio (come fu, per Ulisse, l’ira di Poseidone), a determinare il tuo viaggio: sei tu l’artefice della tua sorte – dice Kavafis – sei tu il padrone della tua vita. Quanti sono, oggi, gli Ulisse che affrontano pericoli apparentemente insuperabili, come fece Ulisse affrontando i Lestrigoni e i Ciclopi? Quanti sono coloro che si avventurano verso incontri con un inconoscibile che invece si può conoscere? Come Ulisse entrò nell’Ade, il mondo dei morti, noi, oggi, ci confrontiamo con le conquiste e i misteri delle scienze e della tecnologia. Ulisse è tra noi, Ulisse siamo noi, possiamo incontrarlo. Esattamente come incontriamo Antigone e Creonte, i protagonisti della tragedia più bella di Sofocle e, forse, di tutte le tragedie greche. Nata dal matrimonio incestuoso fra Edipo e sua madre Giocasta, dopo la tragica fine dei genitori Antigone vive a Tebe, governata dallo zio Creonte, fratello di sua madre, ed è fidanzata con il figlio di questi, Emone. I suoi due fratelli Eteocle e Polinice, in lotta per il potere sulla città, si sono affrontati in battaglia e sono morti: Eteocle difendendo una delle sette porte della città, Polinice dandole l’assalto. E Creonte decreta: chi oserà dar sepoltura al suo cadavere sarà lapidato. Ma Antigone viola il divieto, per lei il dovere di dare sepoltura al fratello è più forte di ogni legge umana. E quando viene scoperta difende le sue ragioni di fronte a Creonte, che sostiene le proprie. Creonte afferma il dovere, anche per lui, di rispettare le “leggi scritte”, che gli impongono di metterla a morte. Ma a queste leggi, dettate dal poter politico, Antigone oppone quelle “non scritte” vale a dire le regole etiche da lei sentite come imprescindibili. Sono due sistemi di regole diverse: qui sta il dilemma tragico. Nessuno dei due contendenti ha ragione, nessuno dei due ha torto. O meglio ambedue hanno ragione, ambedue hanno torto. Creonte è un politico con un forte senso della Stato, Antigone non è un’anarchica, ma rifiuta di rispettare una regola a suo giudizio senza fondamento etico. La tragedia si conclude, inevitabilmente, con la fine di ambedue i contendenti. Antigone condannata a morire, si impicca. Il suo fidanzato, Emone, si uccide sul cadavere di lei. Alla notizia della morte del figlio si uccide anche Euridice, la moglie di Creonte: un uomo finito, ormai, moralmente annientato. Una storia, greca, anch’essa presente fra noi: la morte fisica di Antigone e quella morale di Creonte sono la fine inevitabile del conflitto che si ripropone quando un individuo, un gruppo, un popolo non riconoscono il fondamento etico di una regola di diritto, anche in un sistema legittimo e “giusto”. Anche per questo i greci sono presenti fra noi, ecco perché senza di loro saremmo diversi.

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PERCHE’ NON POSSIAMO NON DIRCI LAICI.

L’argomento è sempre di scottante attualità viste anche le ripetute “sacre intemperanze” di Papa Francesco. Io non credo nel dio “iracondo e polimorfo” che ci propongono le varie religioni. Credo nella VITA e nei “miracoli” che essa quotidianamente ci offre. Come già disse qualcuno molto più autorevole di me…so di provenire da un mistero, so di vivere in un mistero e so che ritornerò in un mistero. (Aldo Rossi).

Articolo di EUGENIO SCALFARI – “la Repubblica” 7 novembre 2004.

“Da parecchio tempo avevo in animo di tornare su un tema che accompagna da molti anni i miei pensieri e i miei comportamenti politici e professionali. Il tema è quello del laicismo, del rapporto fra le credenze religiose e lo Stato, tra i diritti individuali e l’organizzazione di una società di uomini liberi. Questo gruppo di questioni sta all’origine della modernità occidentale e perfino dell’evoluzione delle Chiese cristiane. Se infatti il Cristianesimo ha saputo e potuto aggiornare costantemente la propria dottrina e i canoni interpretativi della realtà sociale senza rinchiudersi nelle bende del dogma, ciò è dovuto soprattutto al fatto della presenza dialettica del potere civile accanto a quello ecclesiastico, nella reciproca autonomia dell’uno e dell’altro, alle lotte che ne sono derivate e agli equilibri che di volta in volta ne sono scaturiti. Dal “date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio” alla guerra delle investiture sul finire dell’XI secolo, al lungo contrasto tra Impero e Papato che segnò il XIII e il XIV secolo fino alla nascita dell’Umanesimo, della libera scienza, della riforma, delle monarchie nazionali, del diritto civile accanto e al di sopra del canone ecclesiastico, questa è stata la storia dell’Occidente europeo. Esso ha toccato infine il suo culmine nell’epoca dei Lumi, dell’egemonia della ragione e della tolleranza, nella dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, nella guerra d’indipendenza americana e nella grande rivoluzione dell’Ottantanove incardinata nei principi tricolori di libertà eguaglianza e fraternità. Se fra le grandi religioni monoteistiche il cristianesimo è stato quello che più e meglio ha conservato e arricchito la sua dinamicità e se l’Occidente euro-americano ha prodotto il pensiero, la cultura e le istituzioni liberali e democratiche, l’elemento fondativo e il filo con il quale questo percorso è stato tessuto sta interamente in quella dialettica mai spenta tra lo Stato, le Chiese, gli individui. La compresenza degli Stati e delle Chiese ha consentito agli individui di essere attori sia all’interno delle Chiese sia all’interno degli Stati, impedendo alle prime di scivolare nella teocrazia e ai secondi di tracimare dall’assolutismo regio al totalitarismo, approdando infine alla democrazia repubblicana. Ecco perché il discorso sulle “radici” dell’Occidente è molto più complesso di quanto a prima vista non sembri e non può ridursi all’evangelizzazione dell’Europa post-romana da parte dei Cirillo, degli Isidoro, dei Metodio e di quanti vescovi testimoniarono il Vangelo e impartirono il battesimo ai celti, ai franchi, ai longobardi, ai goti. Certo la religione fu cemento comune in un’epoca che stava ancora traversando la profonda crisi dell’Impero Romano, delle sue istituzioni, del suo assetto economico e sociale. Ma quella religione sarebbe rimasta probabilmente semplice culto se non avesse potuto recuperare le tracce di Roma e di Bisanzio che avevano irradiato il “logo” mediterraneo e pontico con i rispettivi retroterra in tutti i quattro punti cardinali. La discussione storica è dunque aperta da tempo su queste questioni, ma essa ha registrato negli ultimi anni una trasformazione rapida e profonda. La sua natura storica ha ceduto il posto ad un’attualizzazione politica, ideologica e addirittura elettorale. Si è visto sorgere nel corso delle elezioni presidenziali americane, una sorta di “partito di Dio” nell’ambito della destra conservatrice, i teo-con accanto ai neo-con con alla testa lo stesso George W. Bush sempre più infervorato e pervaso da un ruolo quasi messianico che ha saldato la sua azione politica con i sentimenti di una vasta parte del popolo. L’analisi del voto effettuata dopo il 2 novembre è ormai univoca: Bush e i suoi strateghi elettorali hanno unito insieme la pulsione missionaria di chi assegna all’America il compito di portare nel mondo il modello americano della democrazia e del libero mercato con la pulsione altrettanto potente di chi vuole recuperare nella società la moralità tradizionale contro ogni deviazione. Ethics-con e teo-con uniti insieme presuppongono come punto di riferimento religioso, anzi ideologico, un barbuto e severo Dio degli eserciti, il Dio mosaico tonante dalle vette del Sinai, che ha molto più i tratti vetero-testamentari che non quelli del Figlio incarnato e ammantato di amore e misericordia. Non a caso le Chiese evangeliche mobilitate in occasione del 2 novembre hanno indicato il loro modello di riferimento nel “maschio bianco che ha il fucile in casa e che va ogni domenica in chiesa”. E’ l’immagine antica del pioniere alla conquista del West, con la pistola nella fondina e la Bibbia nella borsa, dei paesi delle grandi pianure e della lotta contro il popolo indiano, della giustizia amministrata direttamente sul posto con processi sommari e popolari, delle mandrie transumanti dagli allevamenti alle città. E dei predicatori che richiamano gli uomini al timore di un Dio tonitruante dall’alto dei cieli, che vuole il suo popolo armato nelle coscienze e nelle fondine purché obbediente ai suoi precetti morali. Bush è da dieci anni, prima ancora di diventare presidente degli Stati Uniti, uno dei punti di riferimento del movimento evangelico dei “rinati in Cristo”, spina dorsale del fondamentalismo e del messianesimo cristiano negli Stati americani del Midwest e del Sud. Un movimento che conta 60 milioni di aderenti reclutati tra le varie Chiese protestanti e spesso in competizione con le congregazioni originarie. Si poteva pensare che questo movimento non lambisse le comunità cattoliche, ma non è stato così. Nel complesso messaggio di Papa Wojtyla, ripartito tra la condanna della guerra, la critica al consumismo e al liberismo capitalistico e la morale sessuale puritanamente tradizionale, il grosso dei cattolici americani e del loro clero ha privilegiato quest’ultimo aspetto, trasformando anche la loro Chiesa sullo stesso piano del movimento evangelico, sia pure con toni e linguaggi più moderati. Questa è comunque l’America che ha vinto le elezioni del 2 novembre e Bush è l’uomo che la guida. E’ possibile che il suo secondo mandato si caratterizzi all’inizio con approcci più aperti verso un recupero di multilateralismo in politica estera perché l’America ha bisogno d’un momento di respiro sul teatro iracheno, soprattutto per quanto riguarda la compartecipazione europea ai costi finanziari della guerra. Ma la strategia complessiva non cambierà. La missione salvifica d’una America destinata ad esportare nel mondo i suoi modelli di riferimento economici, ideologici, istituzionali, servendosi tutte le volte che sia necessario del braccio militare e della superiorità tecnologica imponendo la sua legge a tutte le altre potenze, non cambierà per la semplice ragione che Bush è un uomo di fede e la missione storica che si è dato è quella di fare della sua America l’impero del Bene contro l’impero del Male, incarnato dal terrorismo islamico, dagli Stati canaglia ed anche dalla corruzione delle idee e dei costumi. “Dio non è neutrale”, ripete spesso nei suoi discorsi e messaggi al popolo americano. “Dio è con noi”. Un Dio crociato che risponde al nome di Cristo anche se ha poche attinenze con la predicazione di Gesù di Nazareth tramandata dagli evangelisti. C’è molto di Paolo in questa visione del cristianesimo combattente e molto anche del Giovanni apocalittico; molto meno di Agostino. Ma il vero discrimine è con il liberalismo laico dell’Occidente moderno, che ridiventa in questo contesto l’antemurale della ragione contro una fede che punta a fare della religione un elemento costitutivo della politica. In queste condizioni è che il fossato tra le due sponde dell’Atlantico è diventato dopo il 2 novembre molto più profondo. E’ del pari evidente che i valori dell’Occidente non sono più gli stessi tra l’America e l’Europa anche se la diplomazia dei governi continuerà a mantenere in piedi la sempre più tenue ipotesi, ispirata alla realpolitik d’una recuperata convergenza all’insegna della lotta contro il terrorismo da tutti ovviamente condivisa. Del resto, prima o poi, il problema d’un cristianesimo crociato si porrà – si è già posto – anche alla Chiesa cattolica e alla sua finora tenace avversione contro ogni guerra di religione e di civiltà. Certo, esiste anche un Europa che simpatizza con la follia teo-con e con i nuovi crociati, così come per fortuna esiste un’altra America che contrasta nettamente con quella di George Bush. Gli schieramenti su problemi così complessi sono sempre trasversali. Ma il dato nuovo è questo: dopo un breve periodo di caduta delle ideologie in favore d’un pragmatismo tutto politico, le ideologie tornano prepotentemente in campo. L’America imperiale ed evangelica ha chiaramente enunciato la propria. E l’Europa laica? I laici non hanno per definizione né papi né imperatori né re. Neppure vescovi, tantomeno vescovi-conti. Hanno come signore di sé stessi, la propria coscienza. Il senso della propria responsabilità. I principi della libertà eguaglianza e fraternità come punti cardinali di orientamento. Sulla base di quei princìpi il loro percorso si è intrecciato anche con il cristianesimo e con il socialismo. Con quest’ultimo sulla base d’una eguaglianza che in nessun caso può essere disgiunta dalla libertà vissuta come inalienabile diritto degli individui al di là d’ogni discriminazione di razza, di religione, di sesso. Con il cristianesimo sulla base, anch’essa, della non-discriminazione e quindi del valore dell’individuo vivificato dalla pulsione verso la solidarietà e l’amore del prossimo. Il sempre più spesso ricordato “perché non possiamo non dirci cristiani” di crociana fattura rappresenta un lascito storico e storicistico dal quale traluce un’inconfondibile impronta laica poiché la coscienza laica assume nel suo sé gli eventi che hanno potentemente contribuito a trasformare la realtà (e il cristianesimo è stato ed è tra i più rilevanti) privilegiandone gli aspetti dinamicamente propulsivi ed inserendoli nel quadro di una modernità umanistica che concilia la fede con il rispetto per l’altro e con la libera scelta individuale. Il laicismo ha il suo culmine nell’abolizione dell’idea stessa di “peccato”. Non c’è peccato se non quello che rafforza le pulsioni contro l’altrui libertà. Non c’è peccato se non l’egoismo dell’io e del noi contro il tu e il voi. Non c’è peccato se non la sopraffazione contro l’altro e contro il diverso. Il laico non è relativista né, tantomeno, indifferente. Soffre con il debole, soffre con il povero, soffre con l’escluso e qui sta il suo cristianesimo e il suo socialismo. Perciò il laico fa proprio il discorso della montagna. Fa propria la frusta con la quale Gesù scaccia i mercanti dal tempio della coscienza, si dà carico dell’Africa come metafora dei mali del mondo. il laico vuole l’affermazione del bene contro i mali, i tanti mali che abbrutiscono l’individuo sulla propria elementare sussistenza impedendogli di fare emergere la propria coscienza, i propri diritti e i propri doveri al di sopra della ciotola sulla quale reclina la poca forza di cui ancora dispone per appagare i bisogni primari dell’animale nudo che è in lui. E’ secondario che il laico abbia una fede e dia sulla base della propria fede un senso alla sua vita, oppure che non l’abbia, non creda nell’assoluto e non veda nella vita se non il senso della vita e non veda nella morte se non la restituzione della sua energia vitale ai liberi elementi della cui combinazione è nata la sua consapevole individualità. Questa è a mio avviso la moralità e l’ontologia del laico ed anche la sua antropologia e la sua pedagogia. Il Cristo che perdona l’adultera e associa Maria di Magdala allo stuolo dei suoi discepoli è un laico, come il Cristo che riconosce al potere civile ciò che al potere civile spetta per organizzare la civile convivenza. In realtà il Figlio ha profondamente modificato l’immagine del Padre che, annichilendo Giobbe, inneggia alla creazione del Leviatano come manifestazione della sua infinita e indiscutibile potenza. Con la quale annulla ogni teodicea e l’idea stessa della giustizia. Noi europei abbiamo conosciuto purtroppo il Leviatano all’opera e quindi siamo vaccinati contro ogni sua possibile incarnazione. La stessa immagine di un qualsiasi impero contrasta con i valori dell’Occidente laico e dovrebbe contrastare ancor più con i valori del cristianesimo e del singolo cristiano, fosse pure in nome del Bene con la maiuscola. Per questo è vero che non possiamo non dirci cristiani ed è altrettanto vero che non possiamo non dirci laici in tempi nei quali cresce la bestiale violenza, l’inutile guerra, l’intolleranza, l’egoismo, il disconoscimento dell’altro e del diverso. I contrari di tutti questi sono i valori dei laici e con essi noi laici ci identifichiamo. E’ anche questa una fede, che ingloba le fedi a livello di ragione. Una fede che si affida alla volontà anziché alle illusioni e agli esorcismi contro la morte. Personalmente mi consola pensare che la nostra energia vitale è indistruttibile e servirà anch’essa a mantenere la cosmica energia che alimenta in perpetuo la vita.”

EUGENIO SCALFARI – Quotidiano “la Repubblica” 7 novembre 2004.

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RISORSE BOLDRINIANE ALL’OPERA…!

A Stoccarda un immigrato siriano usa una katana e squarta letteralmente un cittadino tedesco per strada sotto gli occhi della figlia. Propongo il filmato sottostante per non dimenticare le “intelligenti sparate” di Laura Boldrini…già condannata dalla vera Politica e dalla Storia. CAVE CANEM…!
http://www.rossialdo.com/wp-content/uploads/2017/04/01.4.2017-QUELLO-CHE-LA-BOLDRINI-NON-DICE.mp4

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FACEBOOK: DARE ALLE PULCI L’ILLUSIONE DI POTER INFASTIDIRE IL LEONE…!?

Il 2 luglio 2019 ho pubblicato questo post sul mio profilo Facebook: <<Care Amiche e cari Amici di Facebook, qualcuno di voi ha notato la mia prolungata assenza dal mio profilo Fb. Il motivo è semplice: Fb mi ha sospeso per 30 (trenta) giorni e, a suo insindacabile giudizio, non mi ha nemmeno permesso di interagire con voi né per spiegarvi l’accaduto, né per tentare la mia difesa. Mi è stata interdetta qualsiasi azione compreso il mettere un semplice “mi piace” o rispondere a qualcuno di Voi su Messenger. Il carattere censorio, discrezionale e arbitrario, delle “punizioni” di Facebook, ritengo debba essere portato all’attenzione delle Autorità competenti. Se il “CENSORE” di Facebook ritiene inappropriato un mio intervento, è sicuramente padrone di bloccarmi il profilo ma, se lo fa, non può assolutamente permettersi di continuare a bombardare, con la sua lucrosa pubblicità, i miei 2154 Amici presenti sul profilo. Se mi bloccano il profilo, quindi, esso dovrebbe essere oscurato e reso inaccessibile anche a qualsiasi tipo di pubblicità. In merito a questo sto valutando l’attivazione di un’eventuale CLASS ACTION magari a livello planetario nei confronti di Facebook. E’ FACEBOOK CHE HA BISOGNO DI NOI e non viceversa. Aldo Rossi>>.

IL 9 LUGLIO 2019 FACEBOOK mi ha inviato la seguente, lapidaria comunicazione: “Il tuo account è stato disabilitato” e questo a seguito della pubblicazione, sul mio profilo, della nota di cui sopra. Già in precedenza Fb mi aveva sospeso due o tre volte per brevi periodi ma, questa volta, i censori hanno voluto colpirmi pesantemente forse anche per dare, bontà loro, un “esempio”. Facebook è un’arma impropria, una grande riserva di specchietti per le allodole adatta solo a narcisisti di professione, ovvero è un dare alle pulci l’illusione di poter infastidire il leone. Su Fb puoi pubblicare una decapitazione in diretta e nessuno ti dice nulla; puoi invocare la morte per Matteo Salvini e nessuno ti censura. Se però esprimi il tuo pensiero, ancorché rafforzato e colorato nei toni, nei confronti di qualche mascalzone della realtà sociale italiana o internazionale, vieni prontamente censurato. A Facebook, ultimamente, è stata comminata una sanzione di 5 miliardi di dollari. Se la predica a me, viene da cotanto pulpito, penso che sia Facebook e non il sottoscritto, a dover imparare a comportarsi correttamente. Questo con buona pace dei suoi saccenti censori. Aldo Rossi.

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ALTO ADIGE: HANNO “DEPOTENZIATO” ANCHE IL CIPPO DI CONFINE DEL BRENNERO.

Alla fine della Prima Guerra Mondiale, a seguito della firma del Trattato di Pace di Saint Germain (9 ottobre 1919), il confine fra Italia e Austria fu definitivamente posto al Passo del Brennero. L’apposizione del relativo cippo di confine avvenne, con una cerimonia ufficiale, il 13 ottobre 1921, alla presenza del Re Vittorio Emanuele III, di sua moglie Regina Elena e di alcune Delegazioni. Sul cippo di confine erano state poste le seguenti incisioni in lingua latina:

Q – B – F – F – F – S

QUOD BONUM FAUSTUM FELIX FORTUNATUMQUE SIT

CHE SIA BUONO, FAUSTO, FELICE E FORTUNATO

ITALIAE ET AUSTRIAE

TERMINUS

SANGERMANENSI

FOEDERE

CONSECRATUS

X-IX-MCMXIX

IL CONFINE TRA ITALIA E AUSTRIA CONSACRATO SECONDO IL TRATTATO DI SAINT GERMAIN – 9 OTTOBRE 1919

Sul versante sud del cippo era scritto:

ITALIA

HUCUSQUE

AUDITA EST

 VOX TUA

ROMA PARENS

FIN QUI, MADRE ROMA, SI SENTE LA TUA VOCE

Nel corso dei decenni quel cippo di confine è stato deturpato più volte. Anche il Tricolore italiano è stato più volte strappato dal pennone sovrastante il cippo ma le “Autorità” italiane non hanno mai proferito una parla di biasimo e si sono chiuse in un silenzio tossico. Ecco come si presenta il cippo oggi e come si presentava 100 anni fa (sulla destra, il militare in divisa, con il moschetto in spalla, è mio Padre).

SUL FRONTE ITALO-AUSTROUNGARICO DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE SONO CADUTI 650MILA SOLDATI PROVENIENTI DA TUTTE LE REGIONI D’ITALIA:

IL LORO SACRIFICIO MERITA UN PROFONDO, DEFERENTE NONCHE’ DOVEROSO RISPETTO…!

A ME NON FA PAURA L’ARROGANZA E IL REVANSCISMO PELOSO DEGLI ALTOATESINI…MI FA MOLTA, MOLTA PIU’ PAURA L’ACCIDIA…L’APATIA, L’IGNAVIA DEGLI ITALIANI E DEI “POLITICI” LORO RAPPRESENTANTI.

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TRENTINO ALTO ADIGE: LA POLITICA, LA RETORICA, L’IMBECILLITA’ E…LE VERITA’ INCONFESSABILI.

INTRODUZIONE

Dopo la fine della Grande Guerra, alla Conferenza di pace di Parigi, con il Trattato di Saint Germain En Laye del 10 settembre 1919 e a seguito della creazione della nuova situazione geopolitica, l’Austria dovette cedere all’Italia il Trentino e l’Alto Adige fino al passo del Brennero (foto 1  foto 2  foto 3) Queste foto sono state scattate da mio Padre nel 1926. Seguirono anni assai difficili per quelle Terre e in Alto Adige, in particolare, fu condotta dal Governo Fascista una pesante e profonda azione di italianizzazione. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, con l’Accordo di Parigi del 1946 De Gasperi-Gruber è stata confermata la sovranità italiana sull’Alto Adige. E’ stata anche conferita autonomia amministrativa alle province di Trento e Bolzano con ampi ambiti di competenza e di autogoverno e furono istituite una serie di misure volte alla tutela della minoranza di lingua tedesca. In seguito, nel 1948, è nato il primo Statuto di Autonomia per il Trentino Alto Adige. Nel 1959 la questione altoatesina fu condotta e trattata anche in sede ONU (Risoluzione N°1497 del 31.10.1960 e Risoluzione N°1661 del 28.11.61) al fine di trovare una soluzione alle divergenze esistenti in merito all’applicazione del Accordo di Parigi De Gasperi-Gruber. Il problema si trascinò, così, fino ai primi anni ’60 che conobbero l’acme del lugubre e nefasto terrorismo secessionista altoatesino. Negli anni ’60 vi furono ben 361 attentati dinamitardi con 31 morti e 57 feriti fra i militari e i civili Italiani caduti vittime del terrorismo “nazista” altoatesino (CIMA VALLONA, MALGA SASSO). Io stesso, in quegli anni, studente pendolare a Trento, sono miracolosamente scampato a un attentato al deposito bagagli della stazione ferroviaria di Trento. Fra il 1962 e il 1969 nacque, poi, il cosiddetto “Pacchetto per l’Alto Adige” rappresentato da un provvedimento elaborato dai governi italiano e austriaco per l’attribuzione  dell’autonomia politica e linguistica dell’Alto Adige. Nel 1972 fu, quindi, prodotto il secondo Statuto di Autonomia in base al quale coesistono tutt’oggi, in modo pacifico, anche se non esente da tensioni, le popolazioni di lingua italiana, di lingua tedesca e di lingua ladina. Oggi la popolazione del Trentino Alto Adige supera di poco il milione di abitanti con una leggera prevalenza numerica per gli abitanti dell’Alto Adige. Stando ai dati (2015) della Ragioneria Generale dello Stato, per ogni cittadino altoatesino lo Stato italiano spende 8864 euro all’anno; per ogni cittadino trentino l’importo annuale è di 7638 euro mentre la media a livello nazionale è di circa 3600 euro anno (Quotidiano di Trento “TRENTINO” 1 febbraio 2016). Io non sono un economista ma vorrei tanto saper leggere dietro le palesi evidenze di queste cifre. Anche in passato, molti politici italiani, hanno fatto esplicito riferimento ai modelli di governo delle due Provincie Autonome di Trento e di Bolzano auspicando l’esportazione degli stessi a tutta la realtà politica italiana ma chissà perché questi “efficientissimi modelli esportabili” non sono mai riusciti a superare nemmeno lo snodo autostradale di Trento sud. Trentino Alto Adige oasi di pace, di serenità, di tranquillità, di benessere e di efficienza? Non è tutto oro ciò che luccica! Io vivo in provincia di Trento ma vi posso assicurare che l’aspetto burocratico-funzionale di taluni uffici provinciali richiama alla memoria l’eccellente funzionalità della burocrazia borbonica. I numerosi U.C.A.S. (Uffici Complicazioni Affari Semplici) sparsi su tutto il territorio ne sono una dimostrazione. La grande imprenditoria trentina, come peraltro riportato anche in autorevoli ambienti politico-economici, non conosce il rischio d’impresa: finti imprenditori incapaci di scelte coraggiose e di guardare oltre. I  privilegi (loro li chiamano vantaggi!) e “l’assistenzialismo mirato” (loro lo chiamano solidarietà!), due tipicità inconfutabili dei suddetti modelli, si fermerebbero definitivamente non oltre la stretta di Borghetto, ovvero solo qualche chilometro a sud di Trento.  Assieme ai “modelli esportabili” dovrebbero, infatti, essere trasferiti anche i due “Principi regnanti” di Trento e di Bolzano, con le loro corti di vassalli, valvassini, valvassori, giullari, menestrelli, saltimbanchi, nani, ballerine e dame di compagnia. I servi della gleba rimarrebbero necessariamente a casa. La piccola vera e sana imprenditoria locale, infatti, “antiparassitario” per eccellenza, non troverebbe posto sulle carrozze dell’allegro  convoglio perché essa é completamente sconosciuta ed estranea agli “efficientissimi modelli” da esportazione. Lascio al lettore le considerazioni e le riflessioni del caso. Dopo questa cruda e sommaria rappresentazione della realtà politico-sociale del Trentino Alto Adige è doveroso introdurre, quale oggetto specifico di questo post, anche la delicatissima problematica relativa al corpo paramilitare degli SCHÜTZEN che sono suddivisi in circa 400 Compagnie sparse su tutto il territorio delle due Province Autonome di Trento e di Bolzano. Da evidenziare e stigmatizzare fermamente il fatto che ogni Schütze dispone di una CARABINA MAUSER 98K (foto4 foto5), arma già in dotazione ai militari tedeschi della Vermacht e alle tristemente note S.S. di Adolf Hitler. Dette carabine, considerate armi di “interesse storico”,  sono tutt’oggi utilizzate dagli Schützen per sparare a salve durante le cerimonie ma…è sufficiente cambiare il tipo di cartuccia per trasformarle in micidiali strumenti di morte!                                         TGR Trentino AltoAdige 8 dicembre 2015 ore 19.35

SCHÜTZEN: CHI SONO? COSA VOGLIONO? 

Per circa quattro secoli, dal 1511 al 1918, gli Schützen sono stati una milizia volontaria asburgica che aveva il compito di difendere il Tirolo. Il “Tirolo storico” comprende le Terre che oggi costituiscono il Tirolo austriaco, l’Alto Adige e il Trentino. Il Corpo degli Schützen fu riconosciuto ufficialmente nel 1700, sotto il regno di Leopoldo I d’Asburgo. Per il ruolo avuto nella Grande Guerra, specie contro i nostri Alpini, nel 1917 gli Schützen ottennero il titolo di “Bersglieri Imperiali”. Oggi gli Schützen sono suddivisi in circa 400 (quattrocento) Compagnie che, di folcroristico, hanno ben poco. Sono migliaia di uomini armati ognuno con la micidiale carabina Mauser 98K che rappresenta uno dei simboli dell’oppressione in Europa nel secolo scorso. Nei giorni 8 e 9 agosto 2015, con l’Italia in piena ipnosi ludico-vacanziera, questi “signori”, hanno posizionato sulle nostre montagne, lungo tutto il vecchio confine austroungarico, ben 74 croci in acciaio cor-ten ad altissima resistenza (fotofoto2), a ricordo non di tutti i caduti ma solo dei LORO caduti. I giorni prescelti sono frutto di un’azione mirata e vile che ha anche potuto fruire di un silenzio mediatico pressoché totale. La verità è che con l’apposizione di quelle croci, lungo tutti i 400 km del vecchio confine austroungarico, gli Schützen hanno voluto marcare il territorio così come solitamente fanno gli animali. E’ bene ribadire che quelle croci NON sono a ricordo di tutti i caduti, come qualche infido ciarlatano vorrebbe farci credere, ma ricordano solo i loro caduti (targa su ogni croce). Su quelle croci, infatti, è stato scritto in modo inequivocabile e in ben quattro lingue: “IN RICORDO DEI NOSTRI STANDSCHÜTZEN TIROLESI“. Come riportava Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera 23 maggio 2015, anche lo storico di lingua tedesca Leopold Steurer, ebbe a dire tempo fa che “Il presente degli Schützen è il loro passato mai rielaborato criticamente. I legami col nazismo mai rinnegati e sempre taciuti“. Sempre Steurer fu durissimo con coloro che rifondarono le compagnie nel secondo dopoguerra: “La maggior parte di quella generazione aveva combattuto da volontario nell’esercito hitleriano. Erano tutti pluridecorati con croce di ferro di prima e di seconda classe” e rincarando ancora la dose, aggiunse anche: “Per tutti gli anni ’80 gli Schützen sono stati in prima fila nei raduni neonazisti“. Le compagnie Schützen sono, quindi, delle vere e proprie pericolose bande armate filo-austriache, con evidenti simpatie filo-naziste e finanziate, lautamente, anche con soldi pubblici italiani. Questi “signori” affermano spudoratamente che: “Noi Schützen vogliamo solo il bene della nostra Heimat (n.d.r. Patria) La Nostra Patria è quella austriaca“. Il totale rifiuto dell’identità italiana non agevola certo la riconciliazione e i tentativi di ricucire ferite, ancora aperte, a distanza di 100 anni. Austriaci per opportunità e Italiani per convenienza? Questo chiedetelo ai nostri “politici” di governo che si sono susseguiti negli ultimi trent’anni e che sono disposti a tutto pur di recuperare anche qualche voto sudtirolese, al meschino, lugubre e sgangherato scenario politico italiano. Il silenzio di tutti coloro che avrebbero dovuto intervenire per impedire di fare posizionare quelle 74 croci sulle nostre montagne è, quindi, un silenzio intriso di funesta complicità. Qualcuno ne risponderà.

I 650MILA SOLDATI ITALIANI, CADUTI 100 ANNI FA SU QUEL TREMENDO FRONTE DI GUERRA, NON CHIEDONO VENDETTA,  CHIEDONO SOLO IL RISPETTO DEL LORO SACRIFICIO E DELLA LORO MEMORIA.

Per l’Italia gli Schützen rappresentano un reale pericolo che ritengo non sia da sottovalutare. Sarebbe auspicabile una commissione d’inchiesta: abbiamo fra le mani una bomba innescata e circa 30 mila persone armate, intrise di palese revanscismo nazionalista a  spiccata impronta filo nazista. E’ solo questione di tempo.

NEI GIORNI 8 e 9 AGOSTO 2015, CON UN VILE COLPO DI MANO, GLI SCHÜTZEN DEL TRENTINO ALTO ADIGE HANNO POSTO SULLE CIME DELLE NOSTRE MONTAGNE, LUNGO TUTTO IL VECCHIO CONFINE AUSTROUNGARICO, 74 CROCI IN ACCIAIO A RICORDO DEI LORO MORTI… SOLO DEI LORO MORTI!

QUESTA LA CRONISTORIA DELL’EVENTO

  1. 19 aprile 2015: “CORRIERE DELL’ALTO ADIGE”  La benedizione delle croci in piazza Walther a Bolzano.
  2. 23 maggio 2015 Gian Antonio Stella sul “CORRIERE DELLA SERA”.
  3. 18 giugno 2015“l’ADIGE” quotidiano di Trento. “Schützen al lavoro per piantare croci in ricordo dei morti”.
  4. 28 giugno 2015: “l’ADIGE” quotidiano di Trento pubblica una mia lettera di replica all’articolo di cui al punto 3.
  5. 29 giugno 2015: uno Schütze mi minaccia sulla mia bacheca di Facebook e mi manda anche una foto che ritrae suo nonno con Cesare Battisti in catene.
  6. 30 giugno 2015:  disegno di legge presentato dal senatore Franco Panizza, noto reggi coda locale dei fanatici sudtirolesi, per esentare le “armi storiche” degli Schützen, dall’imposizione di riduzione della capacità di fuoco delle armi.
  7. 1 luglio 2015: provvedo a inviare questa lettera ai Media del Trentino Alto Adige, ai Presidenti delle Province di Trento e di Bolzano e ai rispettivi Commissari del Governo. Questa lettera non ha mai avuto risposta.
  8. 24 luglio 2015raccolta firme. Abbandonato da tutti, non demordo e decido di lanciare una raccolta firme a livello nazionale per presentare una petizione al Presidente della Repubblica.
  9. 4 agosto 2015PETIZIONE AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA. 
  10. 8 e 9 agosto 2015:sono posizionate 74 croci sulle cime delle nostre montagne. Gli Schützen hanno acceso fuochi lungo tutto il vecchio confine austroungarico per poter effettuare anche delle riprese satellitari.
  11. 10 agosto 2015: presento le mie dimissioni. Rimasto completamente solo nella mia battaglia e soprattutto per incompatibilità con gli incarichi da me ricoperti, decido di dimettermi da Presidente Regionale dell’Associazione Arma Aeronautica e da Vice Coordinatore Regionale Forza Italia per il Trentino Alto Adige.
  12. 12 ottobre 2015: il servizio dell’Assemblea del Senato risponde alla nostra petizione.
  13. 17 novembre 2015: interrogazione a risposta scritta. L’On. Ignazio La Russa, unico a raccogliere il mio grido di dolore, presenta in Parlamento un’interrogazione a risposta scritta diretta al Presidente del Consiglio dei ministri.

CONCLUSIONE.    Anche la signora Eva Klotz, ultimamente salita all’onore delle cronache, fa parte degli Schützen. Suo padre Georg Klotz, terrorista altoatesino tristemente noto nei primi anni ’60, è stato uno Schütze della prima ora, dopo avere fedelmente militato nella Vermacht di Adolf Hitler.  Georg Klotz, nei primi anni ’60, fu condannato a quasi 20 anni di detenzione per avere messo a ferro e fuoco tutto l’Alto Adige facendo saltare in aria 37 tralicci dell’alta tensione, alcuni piloni ferroviari e due condotte forzate. Nel 2010, Eva Klotz, il buon sangue non mente mai, è stata accusata di vilipendio alla Bandiera italiana e condannata in prima istanza. Nel mese di gennaio 2016, nel processo di appello è stata assolta. Questa sua assoluzione ha suscitato grande scalpore e sgomento. Anche Guido Rispoli, Procuratore Capo della Procura della Repubblica di Bolzano ha espresso il suo sconcerto in merito a questa sentenza. Nel 2018, però, la Cassazione ha rimandato il processo in appello e la saga continua. Un Paese che non ha rispetto per i suoi Valori, per i suoi Caduti e per la sua Bandiera è destinato a sicura decadenza. Il resto è storia dei nostri giorni che ci aiuta a capire meglio perché, alle elezioni politiche del 2018, Maria Elena Boschi (PD), svendendo la dignità degli Italiani, sia stata candidata ed eletta nel collegio di Bolzano. Il Trentino Alto Adige e gli Schützen devono molto alla sinistra italiana e la sinistra italiana ha molto di cui vergognarsi. Si tratta di gente senza onore e senza dignità!

Per completare questa presentazione, vi propongo ancora qualche “chicca” posta in essere dagli altoatesini in questi ultimi anni ma passata sotto un quasi ermetico silenzio mediatico: a) hanno invaso tutti i Comuni dell’Alto Adige con le scritte “L’Alto Adige non è Italia“…nessuno ha proferito una sola parola di biasimo; b) hanno preteso l’abolizione della lingua italiana dalla toponomastica dei sentieri di montagna e di buona parte di quella cittadina; c) hanno fatto togliere da tutta la documentazione ufficiale della Pubblica Amministrazione della Provincia Autonoma di Bolzano  il termine “Altoatesino perché ritenuto, da loro, d’impronta fascista. d) hanno provveduto a “depotenziare” parte dei monumenti storici di Bolzano compreso il Monumento alla Vittoria e…anche qui, nel silenzio più totale delle Autorità italiane; e) nel corso degli anni hanno provveduto a depotenziare anche il cippo di confine al passo del Brennero. f) l’Alto Adige è antisemita da sempre ma a nessuno sembra interessare; g) al sacrario militare di Rovereto (TN) la bandiera italiana è stata sostituita nottetempo con la bandiera austriaca. Per carità di patria, con l’elenco delle nefandezze poste in essere dagli altoatesini nei confronti degli Italiani, mi fermo qui. A me non fanno paura l’arroganza e i rigurgiti del revanscismo sud tirolese ma mi fa molta, molta più paura:

L’ACCIDIA, L’APATIA E LA COMPLICITA’ DEGLI ITALIANI E DEI LORO “RAPPRESENTANTI POLITICI”

Aldo Rossi                                                               

INNO DI MAMELI NELLA SUA VERSIONE COMPLETA. All’ultimo capoverso recita così: “SON GIUNCHI CHE PIEGANO LE SPADE VENDUTE…GIA’ L’AQUILA D’AUSTRIA LE PENNE HA PERDUTE…”

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CHI DECIDE IN EUROPA…?

Ringrazio OPENPOLIS per avere messo a disposizione dei cittadini, ancora tempo fa, questa interessante presentazione sulle Istituzioni Europee. In vista delle prossime elezioni potrebbe essere utile per una migliore comprensione delle dinamiche politiche in sede europea. Conoscere è un diritto, sapere è un dovere.

P.S. vi invito a sottoscrivere la donazione del vostro 5xmille a Openpolis Codice Fiscale 979 54 040 586. (www.openpolis.it)

CHI COMANDA E CHI DECIDE IN EUROPA…?

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ADUNATA ALPINI TRENTO 11 MAGGIO 2018 – ATTENTATI SULLE LINEE FERROVIARIE DEL BRENNERO E DELLA VALSUGANA.

Il primo attentato è avvenuto oggi sulla linea ferroviaria del BRENNERO poco prima di Salorno, proprio dove inizia la Provincia Autonoma di Bolzano. Gli altri due sono avvenuti sulla linea ferroviaria della VALSUGANA terra dove, notoriamente, la presenza degli Schützen sudtirolesi è molto marcata. Le nostre autorità locali hanno tentato di minimizzare il tutto asserendo che quanto successo è opera di qualche goliardico gruppuscolo di anarchici locali. Chi vogliono prendere in giro? I sudtirolesi avevano, in verità, ancora a suo tempo, lanciato le loro invettive e le loro esplicite minacce per l’organizzazione dell’adunata degli Alpini a Trento in concomitanza della commemorazione del centenario della fine della Grande Guerra. La verità è che questi che loro chiamano gesti irresponsabili di piccoli gruppi anarchici, sono in realtà dei veri e propri atti terroristici intesi a disconoscere l’Italianità di questa Terra. Ribadisco, ATTI TERRORISTICI stile anni ’60 quando il BAS* dispensava morte e distruzione in tutto l’Alto Adige. In quegli anni abbiamo avuto 350 attentati alle linee ferroviarie, alle linee elettriche e alle infrastrutture, con ben 31 morti e 50 feriti fra militari e civili italiani.  VAE VICTIS…!

 

*BAS Befreiungsausschuss Südtirol – Comitato per la liberazione del Sudtirolo


TGR3 RAI TRENTINO ALTO ADIGE 11 MAGGIO 2018

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TRENTO ADUNATA DEGLI ALPINI 11-12-13 MAGGIO 2018 – L’ENFASI RETORICA e LE IMBARAZZANTI COMPLICITA’

Tutte le parole riportate in colore giallo ocra sono interattive. Con un semplice click comparirà il soggetto sotteso che potrete scaricare anche sul vostro computer personale.

Il raduno nazionale degli Alpini è sempre occasione di grande festa e di coinvolgimento emotivo della popolazione. Gli Alpini rappresentano una solida compagine esponenziale di veri valori etici e morali. Onore al merito. Ciò premesso urge, però, fare alcune importanti puntualizzazioni di carattere politico-funzionale che riguardano i livelli dirigenziali non solo dell’ANA (Associazione Nazionale Alpini) ma di tutte le Associazioni D’Arma e di tutte quelle Istituzioni che dovrebbero avere a cuore il dettato della nostra Carta Costituzionale e dei valori fondanti della nostra Nazione. L’anno 2018 consegna alla Storia il primo secolo dalla fine della Grande Guerra, quel lugubre proscenio dove ha trovato rappresentazione l’acme dell’umana follia dei primi del ‘900. L’errore in cui spesso siamo indotti, però, è quello di volere, talvolta pretestuosamente, vedere e giudicare quel triste e funesto periodo storico, con gli occhi di oggi. Questa non è solo pratica di una palese e profonda ignoranza ma è anche dimostrazione di un’evidente superficialità, banale e sbrigativa che vede non di rado persone, poco accorte, assurgere al rango di “giudici della Storia”. A quasi un secolo dalla fine della Grande Guerra, in Trentino Alto Adige, I VINTI, non si sono ancora rassegnati alla sconfitta. Mi riferisco alla popolazione di lingua tedesca di questa regione e ai folcroristici gruppi armati delle Compagnie Schützen che non perdono mai occasione per lanciare al territorio le loro subdole provocazioni revansciste. Vogliamo fare un piccolo elenco? 1) Le azioni terroristiche dei Altoatesini negli anni ’60, hanno avuto per l’Italia, un elevato costo in termini di vite umane: 33 morti e 350 feriti fra i militari e i civili. 2) I Sudtirolesi, si sono prodigati più volte, in azioni di palese vilipendio al nostro Tricolore, nella più totale indifferenza delle autorità militari e politiche locali e nazionali. C’è anche chi ha avvolto dello “sterco” nella nostra Bandiera! 3) Nell’agosto 2015, nell’indifferenza generale, potendo contare anche sulla compiacente complicità di parte del sistema mediatico, sono riusciti a piantare, in territorio italiano, lungo tutto il vecchio confine austroungarico, ben 74 croci in acciaio alte più di due metri. Il posizionamento di tali croci non  era inteso alla commemorazione di tutti i caduti, come qualche cialtrone sostiene, ma solo dei loro caduti Sudtirolesi. Hanno voluto marcare il territorio come solitamente fanno gli animali. 4) Hanno invaso tutti i Comuni dell’Alto Adige con le scritte “L’Alto Adige non è Italia” e nessuno ha detto una sola parola di biasimo. 5) Hanno preteso l’abolizione della lingua italiana da tutta la toponomastica dei sentieri di montagna e di buona parte di quella cittadina. 6) Hanno fatto togliere da tutta la documentazione ufficiale della Pubblica Amministrazione della Provincia Autonoma di Bolzano  il termine “Altoatesino perché ritenuto, da loro, d’impronta fascista. 7) Hanno provveduto a “depotenziare” buona parte dei monumenti storici di Bolzano compreso il Monumento alla Vittoria. Anche qui, nel silenzio più totale delle Autorità italiane. Per carità di patria, con l’elenco delle nefandezze, ci fermiamo qui. A me non fanno paura i rigurgiti del revanscismo altoatesino di lingua tedesca, mi fa molta più paura l’indifferenza, l’apatia e la complicità degli Italiani. In merito al comportamento e alla “ostentata indifferenza” delle Autorità politiche e militari locali e nazionali esprimo il mio più totale disappunto. Sul fronte della Grande Guerra e, quindi, anche sulle montagne del Trentino Alto Adige, sono caduti 650mila Soldati Italiani che non chiedono vendetta ma esigono il riconoscimento della loro sofferenza e del loro sacrificio. Questo nel massimo rispetto per i Caduti sul fronte opposto. In Trentino Alto Adige sono state pochissime le voci che hanno tentato di stigmatizzare e richiamare l’attenzione sui sopracitati subdoli comportamenti, mirati unicamente al sabotaggio della pacifica convivenza fra la Comunità di lingua italiana e la Comunità di lingua tedesca. Chi avrebbe dovuto reagire, parlare e non lo ha fatto, ha già cominciato a pagarne il conto anche in termini politici. L’assenza di veri e consolidati valori di riferimento condivisi ci propongono, quindi, come unica chance, i frutti della cultura nichilista, eterodiretta del ’68 che permea e modella le menti e alimenta il menefreghismo e l’apatia delle persone incapaci di guardare alla Storia con il necessario distacco e la dovuta sensibilità. La Bandiera è un simbolo sacro e non deve MAI strisciare per terra, qualcuno lo dica anche al presidente Sergio Mattarella. L’apatia e la tolleranza sono le ultime “virtù” di una società morente, anzi forse già morta.  A chi avrebbe dovuto parlare e non lo ha fatto mi limito a dire: lasciate perdere le parole e la retorica vuota e imbarazzante dei vostri discorsi ufficiali e insegnate invece a tutti, prima a voi stessi, a portare rispetto a chi oltre 100 anni fa ha donato la sua vita e la sua giovinezza, su queste nostre montagne. Ai “tirolesi” dico: VAE VICTIS…!
Aldo Rossi
TRENTO

Ps: vi invito a fare anche un giretto per Trento e per le valli trentine. Osservate quante bandiere sono esposte in modo non corretto. L’art.12 della nostra Costituzione spiega molto bene come deve essere presentato il Tricolore. Una Società che non conosce e che ripudia i suoi valori fondanti è una Società perduta.

* Per chi volesse saperne di più sulle nefandezze dei “tirolesi” nel corso di questi ultimi anni, propongo questo link:
http://www.rossialdo.com/a-cento-anni-dalla-fine-della-gra…/

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