“LA DANZA DELLE 3 FARFALLE” – Conoscere per vincere la paura di volare.

Postato su dicembre 31st, 2011 da Aldo.
Categorie: FATTI E MISFATTI - FACTS and CRIMES.

NELLE PAGINE DEL LIBRO L’ESPERIENZA DI OLTRE QUARANT’ANNI DI ATTIVITA’ DI VOLO DEL COMANDANTE ALDO ROSSI.

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PRESENTAZIONE

Ho iniziato la mia carriera di pilota nel 1967 e ho volato in Aeronautica Militare per circa undici anni. Nel 1979 sono transitato all’Aviazione Civile e nominato comandante in Alitalia. Ho lavorato anche per Itavia, Volare Airlines e Air Arabia. A Tolosa ho frequentato il corso per istruttori di volo su aerei Airbus A320. In oltre quarant’anni di attività ho accumulato un totale di 15.000 ore di volo e percorso lungo le autostrade celesti, la distanza equivalente a circa quindici voli andata e ritorno dalla Luna.
Avevo solo pochi anni quando ho compiuto il mio primo “lungo” viaggio su un carro di legno trainato da uno splendido bue bianco: sette chilometri di strada percorsi in meno di quattro ore!
La prima parte di questo mio lavoro contiene una descrizione di facile lettura intesa a presentare sotto un profilo prettamente tecnico-pratico, cosa avviene durante il volo all’interno della cabina di pilotaggio di un aereo commerciale: conoscere per capire.
La seconda parte riguarda invece la presentazione e lo svolgimento di un volo andata e ritorno da Roma a New York proposta sotto forma di “romanzo tecnico” adattato dove realtà operativa, amore e passione, misticismo e contemplazione, si fondono in colorate tonalità espressive, delicate sfumature di vita e dolcissimi ricordi. Alcuni eventi personali descritti, risalgono ad anni ormai lontani ma le tecnologie aeronautiche richiamate sono quelle recentissime che interessano gli aerei commerciali di ultima generazione. E’ un libro che ho scritto con il Cuore!
Questa brevissima presentazione sarà utile per avventurarci e camminare insieme nella lettura di questo libro. Tenendovi per mano, vi inviterò a entrare nell’affascinante realtà della terza dimensione, risponderò alle vostre domande e cercherò di aiutarvi a comprendere e controllare ataviche paure. Leggere per conoscere, per capire e per scegliere. Utilizzeremo questo semplice paradigma per scoprire e comprendere meglio le dinamiche e le peculiarità di un moderno volo di linea. Muoversi in una dimensione non abituale comporta diffidenza, timore, paura e talvolta anche panico. Chi vola affida la propria vita a persone che non conosce e che nemmeno può vedere. Per ovvi motivi di sicurezza, infatti, la porta della cabina di pilotaggio degli aerei commerciali deve rimanere chiusa e un certo iniziale disagio è quindi dovuto anche al fatto di non poter guardare negli occhi coloro cui affidiamo il nostro bene più prezioso: la vita. Nei capitoli a seguire tratteggeremo “a volo d’angelo” i lineamenti di questi “sconosciuti” e cercheremo di comprendere la dinamica delle loro azioni nelle varie fasi del volo. L’imperativo è: conoscere per capire. Chi ha paura di volare va compreso e aiutato. Coraggioso non è chi non ha paura ma chi è in grado di controllarla. La paura fa parte del bagaglio di istinti primordiali codificati nel nostro DNA e nell’inconscio collettivo che agisce in ognuno di noi. Avere paura significa essere consapevoli dei pericoli e quindi sapere agire in modo appropriato per evitarli. Quando però la nostra vita dipende dal comportamento di altre persone, il disagio aumenta ed è più evidente perché noi siamo materialmente impossibilitati a intervenire sulle azioni altrui con eventuali interventi correttivi. Abbiamo paura di tutto ciò che è indefinito, incommensurabile e che esula quindi dalle nostre possibilità di controllo. Abbiamo paura del temporale, del mare in tempesta, della Borsa che scende, del fiume in piena, dell’intervento chirurgico unicamente perché ne siamo, inesorabilmente, dei soggetti passivi. Il secondo importante fattore che ci consente di controllare i nostri atavici timori è l’esperienza. Fare esperienza significa vivere di persona eventi della vita. L’evoluzione dell’esperienza personale è paragonabile alla costruzione di un muro. Ogni giorno abbiamo la possibilità di aggiungere qualche mattone ma la nostra opera, ancorché di grandi dimensioni, rimarrà in ogni caso incompiuta e “non trasferibile”. Dobbiamo quindi affidarci quotidianamente anche all’esperienza degli altri e siamo perciò necessariamente costretti a concedere loro anche la nostra incondizionata fiducia.
Inizieremo il nostro percorso parlando dell’equipaggio di un aereo commerciale. Esso rappresenta l’anello più importante ma anche il più debole e vulnerabile nella catena degli eventi. Parleremo quindi dell’aereo e delle nuovissime tecnologie di costruzione intese a fornire standard di sicurezza sempre più elevati. Seguiremo poi le fasi che caratterizzano lo svolgimento di un volo di linea e osserveremo da un’affascinante e privilegiata dimensione virtuale l’equipaggio fin dalla sua presentazione in aeroporto per prendere servizio. Vedremo che nulla è lasciato al caso, tutte le operazioni devono necessariamente rispondere a ineludibili standard qualitativi e quantitativi che consentano lo svolgimento del volo nella massima sicurezza. Questo, infatti, è l’imperativo che deve qualificare perentoriamente l’attività di tutti gli Operatori Aerei che sono quindi tenuti al rigoroso rispetto di severissime e cogenti normative.
Tutto ciò che è prevedibile deve essere accuratamente analizzato. L’imprevedibile invece, sarà di volta in volta affrontato con l’esperienza, la professionalità e la preparazione che solo la mente “indeterministica” dell’uomo è in grado di esprimere e valorizzare. Lungo il percorso di presentazione affioreranno anche dei simpatici e dolci ricordi personali. Sono semplici scorci di comune umanità che anche lassù, lungo le “autostrade” del cielo, caratterizzano marcatamente la vita di chi abitualmente opera in terza dimensione. BENVENUTI A BORDO!
Comandante Aldo Rossi
Rem tene verba sequentur.

PROLOGO

Avevo meno di sette anni quando ho compiuto il mio primo “lungo” viaggio. E’ un ricordo ormai lontano che si perde nel tempo, risale al 1953. Abitavo a Lavis, una piccola città a nord di Trento e dovevo recarmi a Valternigo, il paesino di montagna dove sono nato e che si trova all’inizio della valle di Cembra. I sette chilometri che allora percorsi lungo quella strada polverosa, sono rimasti impressi in modo indelebile, nella mia mente, nel mio cuore e nella mia anima.
La Mamma per prepararmi alla grande avventura, mi aveva fatto alzare di buon mattino. Verso le dieci, infatti, sarebbe passato a prelevarmi Erminio, il mio “angelo custode” e compagno di viaggio. Scarpette nere lucidissime, un paio di pantaloncini corti e una camicia bianca sovrastata da due grandi bretelle costituivano per l’occasione, la mia sofisticata mise. Il mio ciuffo ribelle era stato bloccato sulla fronte da una piccola forcina metallica e i capelli lucidati con un delicato passaggio di brillantina Linetti. Ero bellissimo, mi sentivo padrone del mondo e attendevo con grande impazienza l’inizio di quella meravigliosa fuga verso l’ignoto. Le ultime raccomandazioni, ancora una piccola sistemata ai capelli e via, ero pronto per la partenza! Scendendo le scale la Mamma mi teneva per mano e cercava con tutta la sua dolcezza, di attenuare la mia incontenibile gioia. Uscendo da casa però, la prima grande sorpresa. Ricordo di avere posato le dita della mano destra sulle mie labbra e rivolto uno sguardo impaurito e attonito all’enorme bue bianco fermo di fronte al portone. Mi aspettavo di vedere un’automobile, una fiammante Balilla ma davanti a me c’era solo un carro di legno trainato da un bue. Sul piano di carico alcune cassette vuote, un sacco di fieno, una vecchia coperta e due damigiane impagliate a metà, l’altra metà forse, l’avevano rosicchiata i topi in qualche buia e umida cantina. Erminio si è accorto della mia grande sorpresa e mi ha rivolto alcune parole intese a infondermi coraggio e fiducia. In realtà il mio problema non era lui ma l’enorme, maestoso bue bianco che mi guardava con i suoi grandi occhi umidi e muoveva la bocca macinando ancora i residui della sua “laboriosa lupinella”. Una coperta militare di colore grigio verde, ben ripiegata, era stata distesa sul “confortevole” posto a cassetta a me riservato per quel primo, indimenticabile viaggio: sette chilometri! Una carezza e un bacio della Mamma, il tempo per l’ultima raccomandazione e mi ritrovo seduto a fianco del buon Erminio. Il bue si gira e ci guarda, sembra rassegnato e inizia il suo lento e tranquillo cammino. Anch’io mi volto, raccolgo ancora il saluto della Mamma poi dopo la prima curva, inizia la lunga salita. La strada è sterrata, ben tenuta e non circolano automobili. Erminio legge ancora la delusione nei miei occhi, non parla ma mi regala un sorriso. Io prendo coraggio. L’incedere lento e maestoso del bue comincia a piacermi. Seguo la sua goffa, dondolante andatura e ammiro le sue lunghe e possenti corna. Mi giro ancora ma la mia casa non si vede più. Erminio nel frattempo ha rotto il silenzio lanciando al bue un’imprecazione in una lingua che non conosco e non capisco ma vedo però che il povero animale aumenta leggermente l’andatura. La salita è molto lunga, le curve si susseguono e non ho più la cognizione né del tempo né della distanza. Con fragore quasi sinistro la ghiaia si frantuma sotto i grossi cerchioni di ferro delle ruote e il carro continua ad avanzare lentamente lungo la polverosa strada in salita. Dopo i primi tornanti ricompare sotto di noi la cittadina di Lavis e riesco a rivedere anche la mia casa. Sono felice, Erminio mi sorride ancora. Il bue nel frattempo ha ripreso la sua normale andatura e sembra non sentire nemmeno più i richiami del suo padrone.
La salita sta per terminare e sotto di noi la valle del torrente Avisio accarezza già le profumate plaghe di vigneti di questa severa Terra strappata a fatica alla Montagna e consegnata nelle mani laboriose e forti di un’Agricoltura eroica e tenace. Non so che ore sono, nemmeno Erminio ha l’orologio ma il sole è già alto nel cielo. In una dimensione così tranquilla e serena non serve misurare il tempo, basta guardare il sole, ammirare le stelle e vivere la vita scandita solo dalle albe, dai tramonti e dal suono delle campane. Dietro di noi in lontananza, le trombe di un clacson gracchiante e asfittico, annunciano l’incedere sofferto di una corriera. La scia di polvere e di fumo nero è inconfondibile ed Erminio si affretta a fare accostare il carro nella rientranza di una piccola piazzola di sosta a lato della strada. Siamo quasi sull’orlo del precipizio e il torrente Avisio scorre lento e sornione circa trecento metri sotto di noi. Io non oso guardare, ho troppa paura. Erminio non mi abbandona ma mi prende in braccio, mi posa sulla strada e mi tiene stretta la mano. L’autista della corriera blu ci saluta e dal tetto dell’automezzo, fra le valige di cartone, alcune galline in una gabbia di legno, ci guardano sconsolate. La scia di fumo nero si allontana lentamente, il bue non si è spaventato ma ansima ed è sudato. Erminio sa che qualche centinaio di metri più avanti, all’ombra di alcuni castagni secolari, c’è una zona di sosta più sicura. Egli si avvicina al muso del bue, lo accarezza sul collo e gli sussurra alcune parole. L’animale sembra capire, risponde alla carezza con un lento movimento della testa e con pacata rassegnazione si avvia nuovamente. Le grandi chiome dei castagni s’intravedono in lontananza e la lunga salita è ormai terminata. Una breve sosta per il pranzo avrebbe consentito anche al bue di riposarsi. Erminio blocca le ruote posteriori del carro con due grosse pietre, solleva faticosamente il giogo, lo sgancia, libera il bue e lo conduce a bere nel vicino ruscello. Trattenendo l’animale per la cavezza anche Erminio si china e con il palmo della mano, raccoglie dell’acqua per bere e bagnarsi la fronte. Allora si poteva bere anche l’acqua dei ruscelli! Il bue è saldamente assicurato alla base di un grande castagno, Erminio gli porta del fieno, lo copre con la vecchia coperta e lo accarezza ancora. Io sono sempre seduto sul carro, non ho voglia di mangiare ma comincio a mordere una mela che ho preso dal cestino che la Mamma mi aveva preparato. Erminio mi guarda, vorrebbe che anch’io mangiassi qualcosa ma preferisco invece soffermarmi a fissare e studiare la sua figura. Egli preleva da una cassetta un contenitore di alluminio che ha tre piccoli ripiani di diversa altezza e che contengono ciascuno qualcosa da mangiare. Era il suo pranzo. Nel contenitore più grande c’è del minestrone, nel secondo delle patate e nel terzo un piccolo pezzo di formaggio. Il volto di Erminio è segnato dal sole, dal vento e dalla fatica per il duro lavoro nei campi. Ha forse meno di quarant’anni. Indossa un paio di pantaloni di velluto marrone con una camicia a scacchi colorati dalla quale, anche se siamo quasi in estate, s’intravede una pesante maglia di lana. Gli scarponi fatti a mano, lucidati e unti con la sugna, sono di cuoio duro e compatto: devono durare una vita. Il suo grande grembiule blu ha uno dei due lembi inferiori, ripiegato verso l’alto ed è agganciato alla cintura. Erminio si accorge che lo sto guardando, si rivolge a me con un sorriso e mi porge scherzosamente la sua piccola bottiglia di vino abbondantemente allungato con l’acqua. Si è alzato molto presto il mattino, è stanco, si siede sul sacco di fieno, posa la schiena al grande castagno dove è legato il bue e socchiude gli occhi.
Sono solo, la strada è deserta e il silenzio è rotto solamente dal frinire metallico delle prime cicale che annunciano l’estate. Mi avvicino al bue, lo voglio vedere meglio, lui gira la sua testa verso di me e mi guarda con i suoi grandi occhi ora circondati da uno sciame di fastidiosissime mosche. Anche qualche avido tafano, tenacemente aggrappato alla pelle del suo collo, gli sta succhiando il sangue ma lui pazientemente, sopporta e si limita a intervenire con degli inefficaci colpi di coda. Non si lamenta e soffre in silenzio. Mi avvicino a una pianta di nocciolo selvatico e spezzo un sottile, lungo ramo con il quale tento di cacciare le fastidiose mosche dagli occhi del mansueto animale. La battaglia però è impari e mosche e tafani ritornano inesorabilmente a tormentare la povera bestia che volgendo il muso verso di me, sembra comunque ringraziarmi. Anche le cicale hanno smesso di frinire, il silenzio ora è totale. D’improvviso percepisco il delicato battito d’ala di una coloratissima farfalla che sfila velocemente vicino al mio volto. La seguo con gli occhi, è bellissima, dietro di lei altre due farfalle della stessa specie si rincorrono all’ombra del grande castagno e assieme iniziano una delicatissima danza probabilmente in onore del maestoso e paziente bue, ora assopito. Le farfalle puntano anche verso di me in fila indiana e sembrano voler inseguire un bizzarro tracciato creato forse dalla follia. Una di loro rompe la fila e si posa sul ramo di nocciolo che io stringo ancora nella mia mano. Mi guarda e sembra quasi voglia studiare e fissare i miei lineamenti. Smetto di respirare e ammiro la sua forma e i meravigliosi colori delle sue ali, lei alza le zampette anteriori, le strofina delicatamente fra loro e continua a fissarmi con attenzione. Per me è un momento magico. La danza ricomincia e le tre farfalle si rincorrono ancora nell’aria tranquilla intrecciando altri bizzarri disegni che rispondono forse a un rituale ignoto e comunque incomprensibile. In fila indiana puntano ancora verso il mio volto, quasi lo sfiorano con le ali e si allontanano. Le cicale ricominciano a frinire.
Da quel mio primo “ lungo” viaggio sono passati quasi sessant’anni. Quei castagni secolari non ci sono ormai più ma ogni volta che passo di lì, rivedo Erminio che mi sorride, il suo maestoso bue bianco, il carro di legno e le tre splendide, coloratissime farfalle che ancora si rincorrono felici!
Nel frattempo ho solcato i cieli del mondo per un totale di circa dodici milioni di chilometri. Quando si dice il Destino!
Aldo Rossi

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LA STORIA DELL’ORSO. Liberamente tratto da un racconto di Romano Oss.

Postato su dicembre 8th, 2009 da Aldo.
Categorie: Poesie - Poems.

Romano Oss dedica questo suo racconto ai “bambini” di tutte le eta’ .

Una volta, in un tempo molto, molto lontano, uomini e orsi erano fratelli e vivevano assieme felici nei boschi. L’orso era l’animale più forte, considerato il re della foresta e tutti gli animali lo obbedivano. L’uomo, diversamente dall’orso, era sempre molto curioso e voleva sapere che cosa ci fosse sulle montagne, al di la del mare, dentro le profonde grotte della Terra, ma l’orso non capiva questa curiosità: “Qui ci sono le bacche, ci sono i funghi, gli alberi e la pace, perché curarsi del sapere che c’è altrove?” Così diceva l’orso al suo fratello uomo e lo guardava con compassione e tristezza perché sapeva che quella sua inquietudine lo avrebbe portato ad allontanarsi dalla foresta e a trovare delusione e infelicità, ma così era, e l’orso sapeva benissimo che non avrebbe potuto cambiare le cose. E un bel giorno l’uomo abbandonò la foresta, salutò l’amico orso e incominciò a costruire le città dove iniziare la sua nuova vita, cambiando le abitudini e i modi di vivere, ma anche se gli orsi non seguirono gli uomini, l’amicizia e il rispetto non vennero mai meno, gli orsi abitavano i boschi e gli uomini abitavano le città. La vita di uomini e orsi prese sentieri diversi, ma spesso si incrociò, alcuni orsi abbandonando la foresta tornarono a vivere con gli uomini e anzi divennero forti guerrieri come il valoroso re Artù, un re orso che portò la pace nelle terre dei Celti. Con il passare del tempo anche le abitudini di uomini e orsi cambiarono, e gli antichi fratelli si frequentarono sempre meno; all’inizio dell’inverno gli orsi incominciarono ad andare in letargo, mentre gli uomini sempre più impegnati nelle loro nuove attività, lontane dal mondo della natura, continuavano la loro vita sempre più indaffarati, ma non dimenticavano i fratelli orsi e ai primi di novembre quando questi se ne andavano a dormire per il riposo invernale gli uomini li salutavano dai loro paesi e villaggi organizzando grandi feste per salutare il riposo del più forte della foresta. Quando poi, in primavera, gli orsi si svegliavano ai primi di febbraio, gli uomini accoglievano la loro uscita dalle grotte accendendo grandi fuochi sulle montagne. Gli uomini poi dedicarono all’amico il nome di due costellazioni così che marinai possano trovare la strada di casa osservando i due grandi orsi del cielo, l’Orsa Maggiore e l’Orsa Minore. Poi vennero i Santi. Quando i predicatori del cristianesimo raggiunsero i luoghi di montagna si spaventarono vedendo che quelle popolazioni di montagna vivevano senza conoscere la verità del vero Dio e che anzi, veneravano e adoravano l’orso. Il problema non era di facile soluzione anche perché i primi missionari che andarono a predicare la parola della fede contro il re della foresta furono uccisi, divenendo così i primi martiri. Però i cristiani non intendevano essere sconfitti dall’orso e pian piano riuscirono a convincere quelle popolazioni ad accettare la loro religione e a dimenticare quella dell’orso. Così, pur mantenendole, riuscirono a cambiare il nome alle feste: il giorno dell’inizio del letargo divenne la festa dedicata a San Martino, l’11 di novembre, mentre quella del risveglio, il due febbraio divenne la Candelora, in cui la processione delle candele sostituì quella dei fuochi sui monti. Mentre le feste religiose sostituivano gli antichi rituali dedicati all’orso, questi, rattristato dal voltafaccia del suo amico fratello uomo, si ritirò ancora più dentro nel profondo della foresta, ma mantenne il suo dominio come animale più forte e rispettato. Gli uomini pur accettando la nuova religione non dimenticavano il loro grande fratello orso e ancora gli portavano grande rispetto, ma ciò continuava a non piacere ai santi e quindi decisero che anche l’Orso doveva obbedire all’uomo di fede e anzi, doveva essere spodestato dal suo trono. Fu così che molti santi, raccontano le leggende, riuscirono a farsi obbedire dagli orsi: San Colombano riuscì a domare un orso che non voleva cedergli la grotta, San Gallo tolse la spina dalla zampa di un orso e lo trasformò nel suo servitore, un orso al Brennero mangiò il cavallo a San Corbiniano e questi furente costrinse l’orso a portare i suoi bagagli fino a Roma. Infine gli evangelizzatori per far dimenticare completamente l’orso come animale da adorare portarono il leone, come re della foresta, anche se sulle Alpi nessuno aveva mai visto leoni. Così il povero orso, cacciato per la pelliccia, rinchiuso nelle gabbie degli zoo, fatto ballare nelle fiere, divenne sempre più triste e pian piano scomparve dalle Alpi. Per fortuna i bambini hanno sempre avuto fiducia nella sua forza e lo hanno sempre voluto nel letto a difendere il loro sonno. Custode muto di piccoli e grandi segreti, di sogni e desideri, ci accompagna nella faticosa ricerca della nostra identità. Dalle buie caverne del Paleolitico, dai miti antichi e dalle leggende di tutto il mondo è tornato a noi seguendo un filo lungo e antico che non si è mai spezzato. È tornato per farsi guardiano dei piccoli che condividono la sacralità del gioco, così come un tempo gli uomini condividevano i vasti territori di caccia e il buio delle caverne.  

p.s. il 16 luglio 1969 è partito con i compagni Collins, Armstrong e Aldin per il viaggio più importante dell’umanità, Teddy Bear è sbarcato sulla Luna.

Romano Oss e’ docente di Estimo all’Istituto Tecnico per Geometri “Andrea Pozzo” di Trento. Spesso potete incontrare Romano, anche nei reparti pediatrici degli ospedali di Trento dove, con i suoi racconti, riesce a strappare un sorriso alla sofferenza dei bambini ricoverati. Questo suo  racconto trova riscontro storico nelle documentazioni ufficiali dedicate.

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GIOVANI SEMPRE.

Postato su settembre 5th, 2009 da Aldo.
Categorie: Poesie - Poems.

La giovinezza non e’ un periodo della vita, e’  uno stato d’animo che consiste in una certa forma di volonta’, in una disposizione dell’ immaginazione, in una forza emotiva; nel prevalere dell’audacia sulla timidezza, e della sete dell’avventura sull’amore per le comodita’. Non si invecchia per il semplice fatto di avere vissuto un certo numero di anni, ma solo quando si abbandona il proprio ideale. Se gli anni tracciano i loro solchi sul corpo, la rinuncia all’entusiasmo li traccia sull’anima. 

La noia, il dubbio, la mancanza di sicurezza, il timore e la sfiducia sono lunghi anni che fanno chinare il capo e conducono lo spirito alla morte.

Essere giovani significa conservare a sessanta o settant’anni l’amore del meraviglioso, lo stupore per le cose sfavillanti e per i pensieri luminosi; la sfida intrepida lanciata agli avvenimenti, il desiderio insaziabile del fanciullo per tutto cio’ che e’  nuovo, il senso del lato piacevole dell’esistenza. Voi siete giovani come la vostra fiducia, vecchi come la vostra sfiducia; giovani come la vostra sicurezza, vecchi come il vostro timore; giovani come la vostra speranza, vecchi come il vostro sconforto.

Resterete giovani finche’ il vostro cuore sapra’ ricevere i messaggi di bellezza, di audacia, di coraggio, di grandezza e di forza che vi giungono dalla terra, da un uomo o dall’infinito.

Quando tutte le fibre del vostro cuore saranno spezzate e su di esso si saranno accumulate le nevi del pessimismo e il ghiaccio del cinismo, e’ solo allora che diverrete vecchi e possa Iddio avere pieta’ della vostra anima. (Samuel Ullman)

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USTICA 27 GIUGNO 1980…IO C’ERO!

Postato su giugno 26th, 2009 da Aldo.
Categorie: FATTI E MISFATTI - FACTS and CRIMES.

   Il 27 giugno 1980 alle ore 20.59, si consumava nei cieli d’Italia, una delle tragedie piu` angoscianti e misteriose che, la storia recente del nostro Paese, abbia mai conosciuto. Il volo Itavia IH 870  da Bologna a Palermo  con aereo DC9  I-TIGI, precipitava in mare a circa 50 miglia nautiche a nord  dell’isola di Ustica. Alle 81 vittime di quella sciagura aerea  ed ai loro familiari rivolgiamo un rispettoso e deferente omaggio.Molto e` stato scritto in merito a questo gravissimo incidente aereo.  Sono state avanzate, da parte di improvvisati  “giudici senza toga”, le ipotesi piu` stravaganti e le illazioni piu` infamanti. Un velenoso cocktail di presunzione, di ignoranza, di arroganza e di ostentata protervia anche nei confronti del delicato e proficuo lavoro della Magistratura giudicante.Talune note frange del contesto socio-mediatico nazionale, si sono sbizzarrite,  nel corso di tutti questi anni, ad inseguire fantasiose elucubrazioni e ricostruire fantastici scenari di quel tragico evento.  Era pero` evidende che nella ricerca di “una loro verita`” su quanto  avvenuto a bordo di quell’aereo, si celava in realta` un subdolo tentativo di avvalorare ipotesi accusatorie palesemente insostenibili che, peraltro, nel corso di questi lunghi anni, non hanno mai trovato nemmeno il seppur minimo riscontro indiziario.Il processo che ne e` seguito, ha visto, quali principali indagati, I vertici dell’Aeronautica Militare Italiana dell’epoca. I “Generali traditori”, rei di avere programmato ed abilmente nascosto l`abbattimento di un aereo civile, sono stati sottoposti, per anni, ad una vergognosa gogna mediatica in totale spregio di quel nobilissimo dettato giuridico-costituzionale che riguarda il principio di presunzione di innocenza . Ebbene, quel  processo si e` concluso, dopo quasi trent’anni, in tutti i suoi tre gradi di giudizio, con la  piena assoluzione di tutti gli imputati perche` “il fatto non sussiste”. Alle 81 vittime di quell’incidente aereo vanno quindi  aggiunte anche le numerose “vittime” di quel vergognoso, irresponsabile, strumentale e protervo circo mediatico. In tutti questi anni non sono mai stati individuati I colpevoli. Cio` non vuol dire pero` che, i veri colpevoli, non ci siano. Anche questo incidente rimarra`, forse, senza risposte e con un grande, inquietante punto di domanda. Esso  trovera` posto negli archivi della memoria storica del nostro Paese,  sara` consegnato all’oblio e si perdera` nella notte dei tempi.  Ma soprattutto, come purtroppo e` gia` avvenuto per altri tragici eventi della storia italiana, per ora, non vi e` nessun colpevole!  Di quelle povere vittime rimarra` solo un ricordo. Nel cuore dei familiari, il dolore, la sofferenza e la solitudine faranno da perenne cornice ad  angoscianti interrogativi ed a una comprensibile, frustrante grande delusione. Ma…i reati  di strage, se di strage si tratta, non cadono in prescrizione!Il lettore si chiedera` il motivo per cui mi permetto di rievocare ed esprimere le mie impressioni su questi tragici accadimenti. Ebbene, il giorno 27 giugno 1980 anch`io ero in volo ai comandi di un altro aereo DC9   ITAVIA.   Solo qualche ora prima, in rotta  quasi opposta a quella dell’aereo caduto, ho attraversato infatti la stessa porzione di spazio aereo ma nulla faceva presagire l`imminente tragedia. Il Destino, cinico e baro, non si limita a colpire alle spalle ma, talvolta,  si prende anche gioco di noi…il giorno precedente avevo effettuato ben tre voli con il DC9 ITAVIA  I-TIGI poi precipitato in mare. Il secondo motivo per cui mi sento qualificato ad esprimere le mie riflessioni su  questo incidente, deriva dal fatto che per circa dieci anni, fino agli inizi del 1979, ho operato come pilota militare su velivoli caccia intercettori F104S. Sono stato in forza al 22.mo Gruppo Caccia  del 51.mo Stormo di stanza ad Istrana (Treviso) . Conosco perfettamente le dinamiche del  volo operativo di un caccia intercettore e posso quindi parlarne con cognizione di causa.Prima di staccare le ruote dalla pista di decollo, un caccia intercettore della nostra Aeronautica Militare, specie se caricato con armamento reale, deve  subire una miriade di controlli e verifiche da parte di molte persone. I tecnici addetti alla manutenzione, i tecnici addetti alla linea di volo, gli addetti ai servizi di vigilanza e sicurezza, gli addetti al servizio anticendio, gli armieri, gli addetti alla torre di controllo etc. sono tutte persone che non possono non vedere. Caricare un missile sotto le ali di un velivolo e` un’operazione complessa che comporta una serie di autorizzazioni speciali e specifiche. Presentarsi al deposito munizioni di un aeroporto militare per prelevare un missile non e` come entrare dal tabaccaio per comperare un sigaro toscano! Se alla fine delle operazioni quel missile non viene riportato in deposito, centinaia di persone ne conoscono il motivo.Una volta in volo, gli aerei (nelle missioni operative con armamento reale gli aerei sono sempre almeno due) vengono guidati sul potenziale bersaglio, dai controllori radar del servizio “guida caccia” competenti per territorio. Prima di attivare il sistema di lancio e quindi “premere il grilletto”,  i piloti  devono pero` eseguire delle particolari procedure di identificazione e di autenticazione dell`eventuale ordine di abbattimento ricevuto. Questa e` una procedura che prevede l`attivazione e la verifica di codici speciali di cui sono a  conoscenza  solo i piloti e i controllori guida caccia che in quel preciso momento stanno operando. L’azione del pilota quindi non e` limitata alla semplice condotta dell`aereo ma, in previsione del lancio di un missile, il pilota deve eseguire, in corretta sequenza, anche una serie di operazioni che escludono la possibilita` di lancio accidentale di un  missile “attivo”. La semplice pressione sul grilletto di tiro non provoca infatti alcun effetto. Il missile, per partire ed attivarsi, ha bisogno di una serie di “autorizzazioni” elettrico-meccaniche da parte dei computers di tiro posti a bordo dell’aereo stesso. Infine, un aereo decollato con armamento reale, al momento del suo  rientro alla base madre o su un qualsiasi altro aeroporto militare italiano, viene sottoposto, da parte di piu` persone, ad una altrettanto severa e ineludibile serie di controlli. E` impossibile non accorgersi dell’eventuale mancanza di un missile. Concludendo, le operazioni di volo e la catena di comando e controllo della Difesa Aerea Italiana sono molto piu` complesse e sofisticate di quanto si possa pensare. Tutte le operazioni sono frutto pero` di una altrettanto complessa, attenta e qualificata sinergia che non lascia spazio a margini di errore.Ai fini di una piu` agevole comprensione di queste mie note, ho volontariamente semplificato la presentazione di queste procedure. Ho utilizzato un linguaggio spero comprensibile e non tecnico. Questa lunga presentazione mi serve quindi per affermare, con la massima serenita`, che, in tempo di pace,  nell’ Aeronautica Militare Italiana, le regole di ingaggio e le relative procedure erano e sono cosi` rigide, stringenti e restrittive che  l’ordine di abbattere un aereo civile  NON POTEVA E NON POTRA` MAI ESSERE DATO.Cosa e` successo quindi a bordo di quell’aereo la sera del 27 giugno 1980? Personalmente ritengo non condivisibile l’ipotesi di un cedimento strutturale. Piu` probabile invece e` l’ipotesi di un’esplosione interna all’aeromobile come sembra apparire anche dalle evidenze di alcune qualificate perizie tecniche. Altra considerazione riguarda la cabina di pilotaggio di quell’aereo, all’interno della quale, come in tutti gli aerei DC9, alle spalle del secondo pilota, erano posizionate due grosse bombole di ossigeno da utilizzare, solo in caso di emergenza, per fornire ossigeno sia alle mascherine dei passeggeri sia alle maschere dei piloti.Da non dimenticare infine che il 2 agosto 1980, esattamente 36 giorni dopo Ustica, veniva firmata con il sangue di moltissimi innocenti, la strage alla stazione di Bologna. I due tragici fatti sono fra loro correlati?  Io non sono in grado di rispondere.Quanto sopra rappresenta unicamente il mio pensiero. Non sono il difensore d’ufficio di nessuno. Questo mio lavoro vuole essere  un umile contributo alla ricerca della verita` sul caso Ustica. E` un lavoro che dedico a chi sa valutare, analizzare e comprendere con il necessario  distacco e la dovuta serenita`un evento cosi` tragico della storia d`Italia. E` anche un invito a non cedere alla rassegnazione, ad avere fiducia nello Stato, nelle sue Istituzioni e nella Giustizia. Il tempo e` sempre galantuomo.In questo triste anniversario, rivolgo ancora un doveroso omaggio alle vittime e, un particolare pensiero, e` per i colleghi  Domenico Gatti, Enzo Fontana, Paolo Morici e Rosa De Dominicis che erano i componenti dell`equipaggio titolare di quel volo. Aldo Rossi. Valternigo di Giovo (Trento) 27 giugno 2009.caccia-f104s-in-volo.jpg,    autore.jpg

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ACCADE IN TRENTINO: presentato un altro esposto-denuncia nei confronti del Sig. Riccardo Brugnara Sindaco del Comune di Giovo.

Postato su giugno 16th, 2009 da Aldo.
Categorie: FATTI E MISFATTI - FACTS and CRIMES.

Alla REGIONE CARABINIERI “TRENTINO ALTO ADIGE”

Stazione di Cembra

Via IV novembre, 6

38034 CEMBRA

ESPOSTO-DENUNCIA

 

Il sottoscritto Aldo Rossi, residente a Valternigo di Giovo in Via S. Floriano n° 3 si rivolge a codesto Comando per esporre quanto di seguito.

Il Signor Riccardo Brugnara, Sindaco del Comune di Giovo, ha autorizzato la costruzione di un muro in cemento armato sul terreno di mia proprietà P.F. 2101/2 situato nel comune di Giovo in prossimità della frazione di Valternigo.

La costruzione del suddetto muro è già stata iniziata ed in qualità di proprietario responsabile del fondo, a me, non è stata fatta alcuna notifica e non è stata presentata nemmeno la relativa documentazione di prassi.

In merito a quanto sopra, declino ogni responsabilità  per eventuali lesioni o danni a persone e cose.

Accludo alla presente una sintesi orientativa della lettera che invierò  al Signor Sindaco.

In Fede

Aldo Rossi

 

Via S. Floriano, N° 3

38030 Valternigo di Giovo                                                                 

Valternigo di Giovo, 15 giugno 2009.

  

Questo è un allegato all’Esposto-Denuncia presentato alla Stazione dei Carabinieri di Cembra il giorno 15 giugno 2009 da Aldo Rossi.

 

Sintesi orientativa del testo della lettera che invierò prossimamente al Signor Sindaco del Comune di Giovo.

 

Egregio Signor Sindaco,

 

mio malgrado, sono ancora costretto ad intervenire nei suoi confronti.

A Valternigo di Giovo, gli operai del Comune, hanno iniziato la costruzione di un muro su un terreno di mia proprietà (P.F. 2101/2)

LE CHIEDO:

1 – chi l’ha autorizzata a costruire il muro sul terreno di mia proprietà?

2 – dove sono i relativi progetti e da chi sono stati autorizzati?

3 – dove sono le necessarie licenze e autorizzazioni?

4 – dove è il parere della Commissione paesaggistico ambientale della P.A.T. ?

5 – chi ha verificato la conformità urbanistica e paesaggistica dell’intervento?

6 – dove è l’autorizzazione del Servizio forestale e Fauna della P.A.T. ?

7 – dove è la relativa perizia geologica?

8 – dove è il parere della Commissione Edilizia del Comune di Giovo?

9 – chi è il Direttore dei lavori?

10 – chi è il Responsabile della sicurezza sul cantiere?

11 – chi risponde in caso di incidente sul cantiere? Lei?

12 – chi ha sottoscritto la fideiussione a garanzia di esecuzione in conformità al progetto? 

13 – chi ha versato la cauzione per gli eventuali danni prodotti in corso d’opera?

 

La lista di cui sopra non è una mia invenzione. Essa rappresenta solo una parte della complessa documentazione che il Comune stesso pretende da chi richiede di poter fare anche la semplice recinzione di un orto!

Voi, però, vi permettete di costruire un intero muro in cemento armato, su un terreno privato, senza avvertire il proprietario, senza la prevista documentazione e senza le relative autorizzazioni.

La sua spregiudicata, arrogante e disarmante ingenuità mi impone di intimarle l’immediata sospensione dei lavori sulla mia proprietà e la sollecita messa in sicurezza dell’intero cantiere.

La riterrò  personalmente responsabile di eventuali lesioni e danni a persone o cose.

Il muro in questione dovrà essere tempestivamente demolito e il terreno interessato dovrà essere adeguatamente bonificato e riportato allo stato originario.

Aldo Rossi 

Ringrazio il Qutidiano ”TRENTINO” che, da sempre sensibile e vicino ai problemi della nostra gente, il giorno 17 giugno 2009, ha pubblicato un articolo in merito

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ACCADE IN TRENTINO: denunciato il Sindaco del Comune di Giovo.

Postato su febbraio 26th, 2009 da Aldo.
Categorie: FATTI E MISFATTI - FACTS and CRIMES.

Il giorno 20 febbraio 2009 ho presentato alla Stazione Carabinieri di Cembra (TRENTO) un esposto-denuncia contro il Signor Sindaco del Comune di Giovo. Un click sui link sottostanti  vi consentira` di leggere il testo della denuncia e acquisirne i contenuti. Il modo di fare (non fare) del Signor Sindaco,  mi e`gia` ben noto, non ho bisogno di ulteriori conferme. Qualche parola vorrei dedicarla pero`alla Comunita` del paese di Valternigo che e`direttamente interessata alla problematica da me sollevata. La gente di questa piccola frazione del Comune di Giovo -un centinaio di anime- e` onesta, laboriosa e  abituata alle dure fatiche di chi vive nelle avare terre di montagna. Lavoro, lavoro e ancora lavoro. Non c`e` tempo per le chiacchere, se qualcosa non va si tace e si sopporta in silenzio. Questa  regola, prevede l`applicazione dell`antica saggezza di un codice non scritto, ma ben codificato nel DNA di questa gente abituata, da sempre, al sacrificio e alla sofferenza. Chi deve lavorare non ha tempo per protestare…<<tanto non ti ascolta nessuno!>> Sopportazione e rassegnazione dunque…SUDDITI NON CITTADINI! Il Potere, che conosce benissimo questa criticita` della condizione umana, la volge a suo vantaggio e ne approfitta. Cosi`, se sei amico del satrapo di turno, puoi permetterti anche di chiudere al traffico la via principale di un piccolo paese di montagna e penalizzarne l`intera Comunita`. Chi deve intendere intenda!

Aldo Rossi                               Valternigo di Giovo, 26 febbraio 2009.

P.S. : ringrazio vivamente il Quotidiano locale “TRENTINO” che nell`edizione di ieri, a pag. 23, ha dato voce a chi non e`  piu` disposto a subire in silenzio.

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comunicazione-al-difensore-civico.htm

comunicazione-ai-quotidiani-locali.htm

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ACCADE IN TRENTINO. Ignoranza? Barbarie? Incivilta`?

Postato su febbraio 26th, 2009 da Aldo.
Categorie: FATTI E MISFATTI - FACTS and CRIMES.

Il giorno 20 febbraio 2009 ho presentato, alla Stazione dei Carabinieri di Cembra (TRENTO), una denuncia contro ignoti per un atto di vandalismo avvenuto in un piccolo appezzamento di terreno di mia proprieta`. Con un click sui link in calce al presente articolo,  potrete leggere il testo della denuncia e vedere anche una fotografia . Il danno in se`e` irrilevante ma  l`atto denota come, in certe menti malate, vive ancora l`ancestrale errato concetto di farsi giustizia da soli, in modo semplice e sbrigativo. Un tempo era sufficiente una  spiegazione, un accordo verbale e una semplice stretta di mano. Oggi abbiamo invece bisogno di giudici, avvocati e notai. Mi ritorna cosi` alla mente un antico proverbio attribuito alla grande Saggezza Cinese che dice: <<a noi l`Etica e la Morale, ai barbari il Diritto!>> E` vero, paradossalmente, il Diritto serve solo ai barbari.

Aldo Rossi          Valternigo di Giovo, 26 febbraio 2009.

denuncia

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Dedicata a Eluana Englaro.

Postato su febbraio 5th, 2009 da Aldo.
Categorie: Poesie - Poems.

Vita senza vita.
Corpo senza corpo.
Amore senza amore.
Pianto senza lacrime.
Dolore senza dolore.
Pieta` senza pieta`.
Dolcezza senza cuore.
Sole senza calore.
Vita non vita…irraggiungibile prossimita`?!
Stella fra le stelle. 
                                                      (Anna Chiara Frantema)
5 febbraio 2009.

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ELEZIONI PROVINCIALI IN TRENTINO (09.11.2008) I TRENTINI E IL PRINCIPE VESCOVO

Postato su novembre 11th, 2008 da Aldo.
Categorie: FATTI E MISFATTI - FACTS and CRIMES.

Domenica scorsa gli Elettori Trentini hanno riconfermato nella carica  di Presidente della Provincia Autonoma di Trento  il Signor Lorenzo Dellai. Questa e` la volonta` popolare espressa dal voto depositato nelle urne e come tale e` sacra e va rispettata. I Trentini sono gente tranquilla, silenziosa, operosa…niente chiacchere, solo fatti concreti e soprattutto nessun cambiamento. I cambiamenti sono…o atti di coraggio o atti di incoscienza. Cambiare, infatti, non significa sempre migliorare pero` se mai si cambia mai si migliora.Io non ho votato per il Signor Lorenzo Dellai. Chi ha avuto la pazienza di navigare fra le pagine elettroniche del  mio sito web,  ne conosce anche le ragioni.Il Senatore Sergio Divina, candidato dell`opposizione, ha detto che il Signor Lorenzo Dellai ha trascorso la sua campagna elettorale girando il Trentino con una valigetta 24ore piena di denaro da distribuire alle famiglie ed alle aziende in difficolta`. Sembra pero`, aggiungo io, che il suddetto denaro sia finito molto in fretta e, altrettanto in fretta, il Signor  Lorenzo Dellai si e` preoccupato di dire, nelle sue interviste alle TV locali, che altro denaro sarebbe stato distribuito dopo la consultazione elettorale. Bonta`sua! Questo modo di fare mi ha richiamato alla memoria lo scaltro agire di un politico di altri tempi. Detto signore era aduso, prima di una consultazione elettorale, regalare ai suoi potenziali elettori 1Kg di spaghetti e una scarpa sinistra. La scarpa destra gliela avrebbe data solamente ad elezioni avvenute. Da allora, a quanto sembra, le cose non sono cambiate. Come siamo caduti in basso!La ciliegina sulla torta l`ha messa pero` l`Onorevole Walter Veltroni esimio esponente nazionale del Partito Democratico. Detto signore non piu` tardi della settimana scorsa ci aveva detto di avere vinto le elezioni in Arkansas, in Oklahoma, nello stato di New York, in Alabama, nello Utah……e in Ohio.  Ieri ha detto di averle vinte anche in Trentino. Scusate, come mai  questo signore a Roma siede nei banchi di una sgangherata e squallida opposizione?Lo stesso Onorevole Walter Veltroni ha poi aggiunto che il modello politico trentino e` un modello  da esportare nel resto d`Italia. Questo signore, mi chiedo, conosce la realta` trentina o parla solo per parlare? I  privilegi (loro li chiamano vantaggi!) e l`assistenzialismo “mirato” ( loro lo chiamano solidarieta`!),  due tipicita` inconfutabili del suddetto modello, si fermerebbero, a mio avviso, non oltre la chiusa di Borghetto ovvero qualche chilometro a sud di Trento.  Assieme al modello e al Principe dovrebbero infatti esportare anche l`intera corte di vassalli, valvassini, valvassori, giullari, menestrelli, saltimbanchi, nani, ballerine e dame di compagnia.I servi della gleba rimarrebbero necessariamente a casa. La piccola e vera e sana imprenditoria locale infatti, “antiparassitario” per eccellenza, non troverebbe posto sulle carrozze dell`allegro  convoglio perche` essa e` completamente sconosciuta ed estranea al modello da esportare.Cari Trentini, io rispetto ed ancora mi inchino innanzi alla vostra scelta. Vi auguro che sia veramente la scelta  migliore  perche`…FABER EST SUAE QUISQUE FORTUNAE…ciascuno e` artefice della propria fortuna. Altri cinque anni, quali sventurati sudditi del Principe Vescovo, saranno assai lunghi da passare! Auguri.                                                                                                           Aldo Rossi                                                    Valternigo di Giovo (Trento), 11.11.2008

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Lettera aperta al Sig. Lorenzo Dellai Presidente della Provincia Autonoma di Trento

Postato su settembre 24th, 2008 da Aldo.
Categorie: FATTI E MISFATTI - FACTS and CRIMES.

Lettera aperta al Sig. Lorenzo Dellai
Presidente della Provincia Autonoma di Trento

Signor Presidente,
          il prossimo 26 ottobre  I Trentini saranno chiamati alle urne per il rinnovo della Amministrazione Provinciale. E` giunto il tempo del redde rationem per lei, la sua Giunta e la pletora di Amministratori, Dirigenti e Funzionari della Provincia Autonoma di Trento.
In questi giorni, un misterioso e puntualissimo timer, ha innescato un feroce attacco alla sua Amministrazione e gia` si parla di  tangentopoli trentina.
Personalmente ritengo che quanto emerso rappresenti solo la punta di un gigantesco iceberg e l`evidenza di una peste ben piu` ampia e diffusa.
Turbativa d`asta, appalti truccati, corruzione, truffa, abuso d`ufficio, concussione? Lasciamo  lavorare  la Magistratura ed evitiamo deviazioni giustizialiste. 
Rimane il fatto che qualche suo stretto collaboratore pare sia stato pizzicato per aver dato qualche robusta  zampata a un tocco di  lardo.
Come ampiamente riportato dalle cronache, sembra, che la sua Amministrazione abbia da sempre favorito, con una pioggia battente di contributi pubblici, le grandi lobbies imprenditoriali e  territoriali trentine aiutando gli amici, gli amici degli amici  nonche`  i cartelli autorizzati.
Una esasperata e deviante cultura consociativa ha poi di fatto ridotto e quasi annullato la responsabilita` individuale e nessuno in questa Provincia, sia nel pubblico sia nel privato, ha mai pagato per i propri errori di gestione. L`unico a pagare e` sempre il povero Pantalone ovvero la ormai rassegnata Comunita` silente.
Il Trentino non ha come simbolo l`orso, come qualcuno, erroneamente, vorrebbe farci credere, bensi` il grazioso e super protetto panda.
La grande imprenditoria trentina, come riportato in autorevoli ambienti, non conosce il rischio di impresa. Finti imprenditori incapaci di scelte coraggiose e di guardare oltre?  Qualcuno prima o poi  dovra` rispondere anche a questa domanda.
Lei ha saputo ascoltare solo chi era in grado di fare la voce grossa e non ha mai, ribadisco mai, prestato attenzione a chi poteva solo sussurrare le ragioni della sua  sofferenza.
Sto` personalmente pagando sulla mia pelle, ormai da parecchi anni, l`arroganza, i soprusi, l`incompetenza e l`ignoranza di alcuni suoi inamovibili amministratori, dirigenti e funzionari. Verificare per credere
L`aspetto burocratico-funzionale di taluni uffici provinciali richiama alla memoria l`eccellente funzionalita`della burocrazia borbonica. I numerosi U.C.A.S. (Uffici Complicazioni Affari Semplici) sparsi sul nostro territorio ne sono una dimostrazione. Ha mai provato Signor Presidente a richiedere una licenza, a ristrutturare una casa, a bonificare un terreno, a posizionare la recinzione di un orto, a smuovere una sola pietra da un muretto a secco?  Ci provi Presidente!

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I suoi amministratori, dirigenti e funzionari cosi` zelanti nel perseguire i piccoli imprenditori, gli agricoltori e i singoli privati…dove erano quando le ruspe devastavano le nostre montagne, la Marmolada, la Paganella?
“La montagna cancellata dai barbari”. Non sono parole mie.
La sua amministrazione ha forse irrimediabilmente compromesso la nostra Autonomia trasformando il Trentino in una sorta di rigida realta` incapace di muoversi autonomamente perche` ingessata dai suoi ormai palesemente anacronistici e ingiustificati privilegi.
L`Autonomia trentina, cosi` maldestramente amministrata, ha ancora la sua ragione d`essere?
Anche a nome dei seicentomila generosi “ragazzi” che quasi cento anni fa, da tutta l`Italia, sono venuti a donare la loro giovane vita proprio qui sulle nostre montagne, le suggerisco e le consiglio…si faccia da parte Presidente. I Trentini capiranno e gli Italiani le saranno  grati.

Aldo Rossi                                                             

Valternigo di Giovo, 24 settembre 2008.

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